giovedì 30 aprile 2009

Amira Hass:La divisione della Palestina: un successo israeliano


La totale separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza è una delle maggiori conquiste della politica israeliana, il cui principale obiettivo è prevenire una soluzione basata su decisioni e visioni internazionali, imponendo, al contrario, un compromesso basato sulla superiorità militare di Israele. Dinnanzi alla violenta rivalità tra i due movimenti in competizione per avere la meglio nel governo “farsa” palestinese, è semplice dimenticare lo sforzo che Israele ha profuso per separare famiglie, economie, culture e società tra le due parti dello stato palestinese in via di costruzione. Ai palestinesi, “aiutati” dalla geografia, non è rimasto altro che coronare questa divisione con il loro doppio regime.continua qui

La Divisione Della Palestina: Un Successo Israeliano

tagStato Palestinese o realtà virtuale?

Amira Hass

Zeev Sternell: Quando Israele finanziò Hamas

Shulamit Aloni / Purtroppo, Israele non è più una democrazia

Il maggiore generale Amos Yadlin e il filosofo Asa Kasher, due uomini rispettati da queste parti, hanno pubblicato un articolo intitolato “Una guerra giusta di uno Stato democratico” (Haaretz, 24/4/2009, edizione in ebraico). Un’osservazione sulla prima parte del titolo: esistono guerre neces-sarie per l’autodifesa o per combattere l’ingiustizia e il male, ma il termine “giusta” è problematico quando si parla della guerra in sé, che implica uccisione e distruzione, e lascia senza casa – e a volte anche senza vita – donne, bambini e vecchi. I nostri saggi dissero: «Non essere eccessivamente giusto». E non c’è alcun dubbio che lanciare bombe a grappolo in un’area popolata da civili, come noi abbiamo fatto nella seconda guerra in Libano, non testimonia di una grande giustizia. Idem dicasi per l’uso di bombe al fosforo contro una popolazione civile. A quanto pare, secondo la definizione di giustizia di Yadlin e Kasher, per eliminare i terroristi è giusto distruggere, uccidere, espellere e affamare una popolazione civile che non c’entra con gli atti terroristici e non ne è responsabile. Forse, se avessero assunto un atteggiamento più decente e meno arrogante, Yadlin e Kasher avrebbero cercato di spiegare le ragioni di tanta furia e violenza che hanno causato una mattanza e una distru-zione così choccanti, e si sarebbero anche scusati del fatto che esse avevano superato ogni ragione-vole necessità. Ma, dopo tutto, noi siamo sempre giusti; e poi queste azioni sono state commesse dal “l’esercito più morale del mondo”, mandato dallo Stato ebraico “democratico” – ed ecco il punto d’incontro dei due concetti espressi nel titolo dell’articolo. Per quanto riguarda la moralità dell’esercito, meglio sarebbe stato se Yadlin e Kasher fossero stati saggiamente zitti. Perché le stati-stiche sulle distruzioni e i danni inflitti ai civili nella Striscia di Gaza sono note a tutti, e non diver-gono dal comportamento altrettanto morale del nostro esercito nei territori occupati [in Cisgiorda-nia, ndr]. Nell’ambito di tale comportamento, per esempio, l’esercito agisce con grande efficienza contro i contadini [palestinesi, ndr] che manifestano contro il furto delle loro terre, anche quando queste manifestazioni non sono violente. E non sono un segreto nemmeno le molteplici prove di a-busi da parte dei soldati nei confronti dei civili ai posti di blocco – ivi compresi i ripetuti casi di donne incinte costrette a partorire in mezzo alla strada, circondate da soldati armati che sghignazza-no. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, l’esercito più morale del mondo aiuta a rubare terre, a sradicare alberi, a rubare acqua, a chiudere strade – al servizio del giusto Stato “ebraico e democratico” e con il suo sostegno. È straziante, ma lo Stato di Israele non è più una democrazia. Noi vi-viamo in una etnocrazia soggetta a un ordinamento “ebraico e democratico”. Nel 1970 si decise che in Israele religione e nazionalità fossero la stessa cosa (ecco perché all’Anagrafe noi non siamo re-gistrati come israeliani ma come ebrei). Nel 1992, la Legge fondamentale sulla dignità umana e la libertà stabilì che Israele è uno “Stato ebraico”: in quella legge non si fa cenno alla promessa che compare invece nel documento fondativo dello Stato, la Dichiarazione di Indipendenza [del 1948, ndr], ossia al fatto che «lo Stato di Israele assicurerà la completa uguaglianza dei diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, a prescindere dalla religione, dalla razza o dal sesso». Ciò nonostante, la Knesset [il Parlamento, ndr] ratificò quella legge. Sicché c’è uno Stato ebraico ma non c’è uguaglianza di diritti. Per cui alcuni osservatori sottolineano che lo Stato ebraico non è “uno Stato di tutti i cittadini”. Esiste forse una democrazia che non sia uno Stato di tutti i suoi cittadini? Dopo tutto, gli ebrei che oggi vivono nei Paesi democratici godono di tutti i diritti di cittadinanza. Oggi, nello Stato di Israele, la democrazia esiste solo in senso formale: ci sono partiti ed elezioni e un buon si-stema giudiziario. Ma c’è anche un esercito onnipotente il quale ignora le decisioni legali che limi-tano il furto di terra posseduta e coltivata da gente che durante gli ultimi 42 anni ha vissuto sotto occupazione. E dal 1992, come si è detto, abbiamo anche la definizione di Stato ebraico, che signi-fica etnocrazia: l’ordinamento di una comunità etnica religiosa che stabilisce rigidamente l’origine etnica dei suoi cittadini secondo una discendenza matrilineare. Quanto alle altre religioni, la mancanza di rispetto nei loro confronti è già una tradizione, dal momento che ci è stato insegnato: «Soltanto voi siete considerati esseri umani, mentre i gentili sono come scimmie». Per cui è chiaro che noi e il nostro esercito morale non dobbiamo preoccuparci dei palestinesi che vivono in Israele né, a maggior ragione, di quelli che vivono sotto occupazione. D’alta parte, rubare la loro terra è assolutamente giusto, poiché quelle sono “terre statali” che appartengono allo Stato di Israele e ai suoi ebrei. Questo vale anche se non ci siamo annessi la Cisgiordania e non abbiamo concesso la cittadinanza ai suoi abitanti., che sotto la giurisdizione giordana erano cittadini giordani. Lo Stato di Israele li ha chiusi in un recinto, il che agevola la confisca della loro terra a beneficio dei suoi coloni. E importanti e riveriti rabbini, che hanno educato un’intera generazione, hanno stabilito che l’intero Paese è nostro e che i palestinesi devono condividere la sorte degli amaleciti, l’antica tribù che gli israeliti ebbero l’ordine di sterminare. Quando si comincia a parlare di “guerra giusta”, il razzismo dilaga e la rapina viene chiamata “restituzione di proprietà”. In questi giorni stiamo celebrando il 61° anniversario dello Stato di Israele. Noi combattemmo nella Guerra di Indipendenza sperando grandemente che qui avremmo costruito una “società modello”, fatto la pace coi nostri vicini, lavo-rato la terra e sviluppato il genio ebraico a beneficio della scienza, della cultura e del valore dell’uomo – di ogni uomo. Ma quando un maggiore generale e un filosofo giustificano in questi termini – con un senso di superiorità morale – i nostri atti di ingiustizia nei confronti dell’altro, proiettano un’ombra molto pesante su tutte le nostre speranze.

commento: Israele sempre più un modello di Stato arabizzato e di teocrazia militare pericolosamente belligerante
allegati

Gideon Levy : Netanyahu e il riconoscimento ebraico di Israele da parte dei palestinesi

Sintesi personale

Signore, abbi pietà: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha rinunciato per il momento alla  sua richiesta che i palestinesi riconoscano  Israele come "Stato ebraico", Ascoltate, mondo: forse  Netanyahu pronuncerà  la frase proibita "due Stati per due popoli".Ancora una volta la scena diplomatica è diventato un parco giochi di parole. : dopo 16 anni siamo ancora a questo punto  Nel settembre del 1993, Yasser Arafat, ha promesso al  primo ministro Yitzhak Rabin che l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina avrebbe riconosciuto  Israele Nel  mese di aprile 1996, Il Consiglio nazionale palestinese  ha ratificato  tale scelta . Due anni più tardi, nel dicembre 1998, il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton   si è recato  a Gaza e, in una riunione formale del Consiglio nazionale palestinese,  12 terribili clausole e 16  postille  sono state  eliminate dalla Carta palestinese  Il presidente  di allora era Netanyahu lo stesso che ora sta cercando di spremere un altro inutile   riconoscimento Quale  sarà la prossima richiesta? riconoscere il Sabato come giorno di riposo,  riconoscere  il divieto dell'esposizione di lievito durante la Pasqua? Solo coloro che non vogliono progressi, sono impegnati in questi giochi di parole  e pretendono  un riconoscimento da chi è oppresso  da 40 anni  Nel frattempo, si comincia a temere che un altro presidente americano  possa cadere nella trappola di miele delle formule. Obama  dovrebbe dire che è finito il tempo delle parole, è ora dei fatti : evacuare gli insediamenti, liberare i prigionieri  L'unico riconoscimento lo deve fare Israele  considerando  i palestinesi come esseri umaniPer parafrasare David Ben-Gurion   è necessario riferire al presidente degli Stati Uniti, che non importante  quello che dicono gli ebrei, è importante quello che fanno. articolo originale qui

mercoledì 29 aprile 2009

DURBAN II – UN BILANCIO DELLA CONFERENZA SUL RAZZISMO


A Ginevra il mondo si divide
Allegati

Combattenti per la Pace:


1[Photo]I Combattenti per la Pace sono un' organizzazione israeliana e palestinese che si oppone fermamente alla guerra e crede che il modo migliore per commemorare le vittime sia di lavorare per la pace. Essa opera in Israele, Cisgiordania, e in tutto il mondo per favorire la riconciliazione e creare "una memoria comune per il futuro . Hanno scelto così di ricordare insieme la nascita dello Stato di Israele e la Nakba


1) Una intervista, in italiano, raccolta da AGI mondo ONG: La battaglia della non violenza di Combatans for Peace. La parola a Roni Segoly, ex poliziotto israeliano, e Raed Al Adar, ex combattente palestinese, oggi dalla stessa parte della ‘barricata’. Qui di seguito il testo.“Ho lavorato per l’esercito, la polizia e i servizi segreti israeliani combattendo contro i palestinesi”, racconta Roni Segoly, “quando sono entrato a far parte di Combatants for Peace da molti anni avevo cambiato le mie idee e avevo abbandonato il mio lavoro. Continua qui


È stato uno dei carcerieri israeliani di Qudsi ad aiutarla a cambiare mentalità dalla violenza alla pace durante la sua prigionia, un periodo in cui ha potuto vedere sua figlia solo tre volte. “[Questa donna] aveva perso un familiare in un attacco suicida, ma mi disse, ‘lo so che io e te non siamo nemici. Anche noi uccidiamo la vostra gente’”. Ed ora fa parte del gruppo dei "combattenti per la pace"




I Combatants for Peace (Combattenti per la Pace) hanno scelto la strada più difficile e spesso meno praticata: la strada della non violenza. Nato nel 2005, il movimento dei CfP è composto da palestinesi che avevano sposato la causa della lotta armata e israeliani che hanno fatto parte delle Forze di Difesa israeliane. Attualmente il numero totale dei membri ha superato il mezzo migliaio, e il comitato direttivo è composto da sei israeliani e sei palestinesi. Resetdoc ha intervistato Joe DeVoir, coordinatore internazionale del movimento.




Allegati:


martedì 28 aprile 2009

Akiva Eldar : Se fossi un palestinese


Sintesi personale

Sintesi personaleSe fossi un palestinese dichiarerei guerra a tutti i gruppi terroristici e riconoscerei la Dichiarazione di Indipendenza di Israele del 14 maggio 1948,a condizione che tutti i principi dello Stato venissero estesi ai territori controllati dallo Stato ebraico. La soluzione di due Stati per due popoli ha poco valore finché esso non è accompagnato da un accordo, anche in linea di principio, sul confine che li separa Purtroppo, il primo ministro ebreo ora chiede i palestinesi di riconoscere lo Stato di Israele come stato del popolo ebraico cancellando il confine in un sol colpo. Secondo il principio di reciprocità, che è sempre stato caro a Netanyahu, tutti i palestinesi, come tutti gli ebrei, sono invitati a costruire le loro case a partire da adesso in qualsiasi punto tra il mare e il fiume Giordano. (...)Se fossi un palestinese, firmerei l'articolo nella Dichiarazione d'Indipendenza dove lo stato degli ebrei promette di collaborare con le istituzioni ed i rappresentanti delle Nazioni Unite per garantire l'attuazione delle decisioni del 29 novembre 1947 :Gerusalemme, Betlemme e dintorni sotto il controllo delle Nazioni Unite. (...) se io fossi un palestinese vorrei adottare la Dichiarazione di Indipendenza per il popolo arabo residente in Israele e mantenere la pace contribuendo alla costruzione del Paese sulla base della piena cittadinanza e di un'adeguata rappresentanza in tutte le sue istituzioni La Dichiarazione di Indipendenza, afferma che lo Stato di Israele si adopererà per sviluppare il paese a beneficio di "tutti i suoi abitanti", e sarà basato su principi di "libertà, giustizia e pace". Si promette anche la parità di diritti sociali e politici per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione professata, dalla razza e dal sesso . Ciò significa che tutti, compresi i palestinesi, hanno gli stessi diritti e sono cittadini dello Stato del popolo ebraico Se fossi un palestinese, vorrei smontare la fiction chiamato "Autorità palestinese", e il termine chiamato "il processo di pace" (...) Tra 100 anni, se non prima,l' arabo sarà la lingua dominante dello stato del popolo ebraico. Netanyahu è fortunato che i palestinesi, così come anche molti israeliani, condividano la lingua di Ehud Barak che in un momento di sincerità,disse "Se fossi un palestinese farei parte di un gruppo terroristico " If I were a Palestinian - Haaretz Daily Newspaper | Israel News

Yossi Sarid / If you (or I) were Palestinian - Haaretz Daily ...


VENEZUELANI E PALESTINESI STABILISCONO RELAZIONI DIPLOMATICHE


Il governo di Caracas e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) hanno stabilito relazioni diplomatiche in via ufficiale. Nicolas Maduro, ministro degli Esteri venezuelano e il suo omologo palestinese Riyad al Maliki hanno firmato nella capitale sudamericana il documento che sancisce “l’eterna e permanente solidarietà del popolo venezuelano alla giusta causa dei Palestinesi” ha detto Maduro. Durante la cerimonia, Al Maliki ha ringraziato il presidente Hugo Chávez per il suo supporto ai civili della Striscia di Gaza durante l’offensiva militare israeliana ‘Piombo fuso’ che ha causato la morte di oltre 1400 persone, in seguito alla quale Caracas ha rotto le relazioni diplomatiche con Israele. Il ministro ha detto inoltre che “grazie al suo sostegno alla causa palestinese”, e al suo approccio “scevro di pregiudizi” Chávez è il “capo di stato più popolare nell’intero mondo arabo”. La rappresentanza palestinese inaugurata per l’occasione a Caracas è una delle 10 missioni diplomatiche che l’Anp ha in tutta l’America Latina. fonte Misna

lunedì 27 aprile 2009

Obama: finanziare l'ANP anche se forma un governo di unità nazionale con Hamas

Obama ha chiesto al congresso di modificare la legge statunitense per consentire all'ANP di ricevere aiuti federali, anche se forma un governo di unità nazionale con Hamas Alle inevitabili critiche della destra Clinton ha risposto che gli Americani finanziano governi dove sono presenti organizzazioni definite terroristiche,( governo libanese) Il segretario di Stato ha esortato il governo a lavorare per cambiare l'atteggiamento di Hamas, piuttosto che escludere ogni trattativa Report: Obama wants aid to go to PA even if Hamas joins government
Commento: era ora. Questo è il vero timore della destra israeliana ed ebraica,infatti , questa politica non solo comporta il crollo di tutte le teorie sullo scontro di civiltà, gli scudi umani ,la demonizzazione ecc.ecc..,ma soprattutto l'affermarsi del modello libanese Personalmente , come più volte detto ,spero che le ceneri di Gaza ricadano sulla destra nazionalista e religiosa. Ora gli strateghi della tensione, sempre così operativamente attivi, se ne stiano tranquilli. L'impressione è che la spada di Damocle su questo governo israeliano siano i "segreti" derivanti dal rapporto Sharon- Bush e la guerra irachena: preparata nel laboratorio militare e stratega israeliano e americano ( non parlo dell'11 settembre)
Scontata la reazione della destra

Conferenza Durban 2


Nessun elemento polemico nei confronti di alcun paese nelle 16 pagine - divise in cinque sezioni e 143 punti - nel documento della ‘Conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le intolleranze connesse’ svoltasi a Ginevra da Lunedi 21 a Venerdì 24 Aprile; vi si coglie piuttosto una minuziosa sequenza di iniziative adottate, da adottare e da mettere a punto per combattere il razzismo in tutte le sue forme. Nonostante il boicottaggio deciso da alcuni paesi a causa di presunti “contenuti antisemiti presenti nella Dichiarazione finale” non è stato possibile trovare traccia di alcun passaggio che potesse risultare offensivo nei confronti di alcun governo particolare o di alcun gruppo etnico o religioso. Nella seconda versione della bozza messa a punto ancor prima che alcuni paesi occidentali confermassero la loro volontà di non essere presenti all’appuntamento, gli unici riferimenti precisi sono relativi “ai migranti e ai richiedenti asilo, ai Rom e Sinti, ai Gitani, alle popolazioni indigene di Asia e America Latina, ai discendenti degli schiavi africani, alle donne (discriminazione di genere), ai portatori di handicap o ai malati di sindrome da immunodeficienza acquisita (sida/aids)”, presenti in diversi articoli della V sezione del documento. Politicamente più rilevanti e critici risultano i passaggi in cui si ricorda agli stati di “assicurarsi che qualsiasi misura decisa nella lotta contro il terrorismo venga portata avanti nel pieno rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non discriminazione” o, riguardo i migranti, l’invito ad “adottare misure per combattere il persistere di comportamenti xenofobi o ‘stereotipizzazioni’ negative dei non cittadini (ovvero migranti e richiedenti asilo, ndr), anche da parte di politici, forze di sicurezza, funzionari dell’immigrazione e responsabili dei mezzi d’informazione, che hanno portato a violenze xenofobe, omicidi e attacchi a migranti, rifugiati e richiedenti asilo”. Sempre sul fronte delle migrazioni il documento chiede un “approccio bilanciato e condiviso”, invitando al dialogo internazionale e ad accordi di partnership, rinnovando “la richiesta di rivedere e, se necessario, modificare le politiche migratorie che risultino incompatibili con gli obblighi posti dal diritto umanitario internazionale”.
allegato:

2 iran . Una Tattica Sbagliata . L'intellettuale iraniano Ahmad Zaidabadi interviene su Rooz, il quotidiano online di opposizione al regime di Teheran, per analizzare l'ultima uscita di Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza delle Nazioni Unite sul razzismo, che si è aperta a... Iran . Una Tattica Sbagliata .

3 Guido Ortona : la conferenza di Durban Meglio quindi mandare tutto a carte quarantotto, o almeno provarci....Ora, se le cose stanno così, è chiaro che l’establishmentnazionalista israeliano ha tutto l’interesse a far sì che di queste cosenon si discuta, e a criminalizzare .....È la stessa vecchia logica per cui un po’ ovunque i pacifisti sono stati e sono accusati di essere dei traditori, gli organizzatori degli scioperi di volere “in realtà” il comunismo ateo e sovversivo, e i so stenitori dei diritti civili di essere amici dei terroristi (o, in altri tempi, dei comunisti); e che ha portato Ahmadinejad a usare la conferenza di Ginevra come tribuna contro Israele.....È probabile che alla lunga questa politica sia suicida, perché mette Israele (proprio Israele!) in rotta di collisione con la difesa universalistica di alcuni diritti umani fondamentali, e lo porta quindi ad adottare comportamenti che i paesi democratici, proprio in quanto tali, avranno sempre maggiori difficoltà ad appoggiare. Anche per questo (ma certamente non solo per questo) è bene lottare contro questa politica. Nel nostro piccolo, noi possiamo contribuire evitando in primo luogo di cadere nella trappola delladisinformacija.
articolo completo qui Due torti non fanno una ragione

domenica 26 aprile 2009

Amira hass: la scuola bombardata dall'IDf è stato un legittimo obiettivo?

Sintesi personale
Allegato:



"La scuola è stata utilizzata  sia come rampa per lanciare razzi sia come deposito di munizioni,conseguentemente l'IDf lo ha considerato  un legittimo obiettivo" così afferma l'esercito israeliano   Ribhi Salem,direttore amministrativo della scuola, ha negato decisamente questa versione , i razzi sono stati lanciati , a volte, all'esterno : dalle serre o dai campi ,ma non dalla proprietà dell'edificio  Salem di Hamas aveva promesso che nessuno dei suoi combattenti armati sarebbe entrato  nell'istituto " e come sarebbe potuta servire per deposito di munizioni visto che non ci sono state nè esplosioni secondarie, nè incendi. Inoltre  la notte prima l'attacco, Salem Abu Qleiq, una delle guardie dellascuola, ha chiesto se ,con la  moglie ei tre figli, poteva trasferirsi  nell'edificio. Egli ,come gli altri  24 sorveglianti, è tenuto a segnalare qualsiasi evento fuori dalla norma e avvisare  la polizia se necessario. Nessuno di loro ha  notato nulla  di strano quella sera. Ora  è morto e ringrazio Dio per non avergli permesso di portare qui la sua famiglia" ora la scuola, come le migliaia di case distrutte, è un cumulo di macerie. Non vi è fretta di rimuoverle visto che Israele non  permette il transito di materiale atto a costruire. Eppure  meglio di ogni altra denuncia le macerie confermano quanto dicono iGazesi: Israele sta scatenando il caos proprio su coloro che non sono di Hamas. La scuola americana  nè è la conferma e la prova Salem  riassume la breve storia della scuola che è stata "condannata dal primo giorno." La scuola è  stata aperta il 27 settembre 2000, e "il giorno dopo, Ariel Sharon è entrato nella  moschea Al-Aqsa piazza , sul Monte del Tempio a Gerusalemme, un atto che ha determinato  l'inizio della seconda intifada. La scuola  doveva costituire il simbolo della rinascita di Gaza :una scuola internazionale con un programma americano  Le  classi erano miste costituite da 20 alunni al massimo, l'istruzione basata su principi moderni e liberali (computer, inglese, ecc,) Gli alunni provenivano in gran parte dalla  borghesia palestinese : dimostrazione evidente  della non fiducia  esistente verso le istituzioni scolastiche ufficiali Al fine di evitare ulteriori   critiche , si è deciso di ammettere 10 bambini  provenienti dai campi profughi istituendo borse di studio . Ma l'intifada  ha avuto ripercussioni sul bilancio  rendendo difficile l'ampliamento dell'iniziativa  Nel mese di aprile 2007, e nel gennaio 2008, la scuola è stata oggetto di vandalismi da parte di ignoti , probabilmente integralisti islamici,  Hamas si  è impegnato  a proteggere la scuola anche se di orientamento ideologico diverso bombardamenti  di Israele  hanno posto fine a un'esperienza  invisa all'estremismo " Salem non si arrende e   sta facendo tutto il possibile per salvare l'anno accademico  Abu Muhammad Qleiq, il padre della guardia di sicurezza  ucciso,  è stata cacciato  dal villaggio di Nabi Rubeen (a ovest di Ramle) nel 1948, e vive accanto alla scuola. Sabato mattina, è stato svegliato dal rumore assordante delle esplosioni e degli aerei dell'aviazione . Quando  gli è stato detto che "la scuola aveva  un deposito di munizioni,"  ride amaramente  Un altro figlio è stato ucciso da un drone e un altro gravemente ferito da un missile il 7 gennaio ed è ancora ricoverato in Egitto "Quando avremo ricostruito, gli israeliani torneranno e distruggeranno tutto" conclude







Ahmadinejad: «Favorevole a uno Stato israeliano in caso di pace in Palestina»


In una intervista al canale Tv americano Abc,riportata anche dal sito, il presidente iraniano Ahmadinejad ha detto che l’Iran supporterebbe l’ipotesi di una soluzione con due stati –uno palestinese, l’altro israeliano- in Palestina, qualora i palestinesi approvassero per votazione un accordo di pace con Israele.

In specifico, alla domanda del giornalista dell’Abc se l’Iran, in caso di firma di un accordo di pace fra palestinesi ed iraniani, avrebbe supportato tale accordo, Ahmadinejad ha risposto: «Qualsiasi decisione venisse presa tra le due parti vedrebbe il nostro consenso. Non vogliamo determinare nulla». L’affermazione del presidente iraniano rappresenta una novità rispetto alla posizione espressa dallo stesso Ahmadinejad in precedenza, secondo il quale lo stato di Israele «avrebbe dovuto essere cancellato dalle cartine geografiche».

di Mohamed AltawilIn Palestina non c'è modo di essere bambini


Sono un palestinese la cui famiglia è vissuta per generazioni nel villaggio di Al-Maghar. Sessant’anni fa, durante laNakbah (catastrofe), i miei nonni furono espulsi con tutta la loro famiglia da Al-Maghar, sradicati e mandati tra le capanne e le stradine di un campo profughi distante 100 miglia. A tutt’oggi assaporano l’amarezza di quella perdita e restano a guardare inermi mentre le fiamme di quella tragedia bruciano ancora. Quando ero molto piccolo ero abituato a vivere in una delle capanne del campo, ma non appena crebbi e compresi l’infelicità della mia famiglia iniziai a tempestare mio padre di domande:continua quiIn Palestina non c'è modo di essere bambini, di Mohamed Altawil [26 - 04 - 2009]

sabato 25 aprile 2009

Suheir Farraj: la condizione delle donne in Palestina



Durante il lavoro ci siamo resi conto che tutte le attività che portavamo avanti individualmente seppure molto importanti finivano con l’essere sempre rivolte a un gruppo ristretto di persone. Ci siamo resi conto che per dare il via a un cambiamento significativo della condizione femminile occorreva sfruttare la portata dei media. Non si può pensare di cambiare la condizione delle donne senza tenere in considerazione tutto il contesto in cui essa si inserisce. Non si può lavorare solo con le donne per promuovere i diritti. Significherebbe aiutarle nell’educazione e nella formazione, aiutarle a capire e ad essere capite, ma poi tornate a casa, affronterebbero sempre la stessa situazione. Invece lavorando su diversi fronti, coinvolgendo ogni aspetto della vita, si possono raggiungere cambiamenti più significativi.continua qui
Suheir Farraj: women media 

Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell'onore è ancora troppo alto

Michele Sarfatti25 aprile - I mille ebrei italiani che combatterono per la libertà






Il 25 aprile è la data convenzionale nella quale con gioia celebriamo la Liberazione d’Italia dalla Repubblica Sociale Italiana e dall’occupazione del III Reich nel 1945. In effetti gli Alleati erano sbarcati in Sicilia nel luglio 1943 e Roma e Firenze vennero liberate nel 1944; ma fu nell’ultima decade dell’aprile 1945 che partigiani e alleati raggiunsero le città del nord della penisola. La Liberazione fu il risultato di un vasto e complesso impegno militare e politico.
Tra i combattenti della Resistenza italiana, vi erano circa mille ebrei, un decimo dei quali fu ucciso in Italia o in deportazione (alcuni furono deportati quali ebrei, altri come politici). Alcune decine di essi erano stranieri, giunti nella penisola nei decenni precedenti, o dopo il 1933 tedesco, o negli ultimi anni di guerra. Molti altri ebrei, provenienti da vari paesi e continenti, combatterono in Italia sotto la bandiera della Brigata ebraica o - anch’essi spesso volontari - nei reparti statunitensi e inglesi; tra essi vi furono alcuni italiani emigrati, che scelsero di rientrare a combattere in Italia per l’Italia.
A differenza di quanto accadde in alcune aree europee, i partigiani ebrei italiani non costituirono “raggruppamenti ebraici”. I più aderirono alle formazioni comuniste “Garibaldi” e a quelle azioniste “Giustizia e Libertà”. Vari furono “commissari politici” o svolsero incarichi dirigenti, anche nazionali. Erano quasi tutti maschi, anche perché sulle donne - più libere di muoversi senza destare sospetti - pesava maggiormente il compito di proteggere le famiglie nascoste.
Accanto ai partigiani in senso stretto, altri ebrei furono impegnati in quella che gli storici definiscono “resistenza civile”: l’elevatissima percentuale di rabbini deportati attesta il loro impegno a mantenere vivo l’ebraismo; e molti ebrei braccati poterono sopravvivere anche grazie ad eroici (e talora caduti) attivisti della Delasem e di altri network di soccorso.
La morte e la vita degli ebrei d’Europa e d’Italia dipesero dagli insuccessi e dai successi di chi combatté nazisti e fascisti, ebreo o non ebreo che fosse. Gli ebrei partigiani in Italia furono e resteranno i secondi genitori dei loro confratelli che il 25 aprile riottennero il diritto alla vita, alla libertà, alla democrazia. I circa cento ebrei caduti nella lotta ci sono particolarmente cari (non posso qui non ricordare Gianfranco Sarfatti, che portò al sicuro i genitori in Svizzera e poi rientrò a combattere e morire in Valle d’Aosta). Di un altro caduto, Emanuele Artom, possiamo leggere i “Diari”, ripubblicati l’anno scorso da Bollati Boringhieri a cura di Guri Schwarz. Sono pagine ricche di vita ebraica e di vita partigiana. Alla data del 1 dicembre 1943, riferendo dell’ordine di arresto di tutti gli ebrei emanato il giorno precedente dal governo fascista, il giovane ebreo piemontese scrive: “Che cosa ne sarà della mia famiglia? Forse non vedrò più né mio padre né mia madre. In questo caso chiederò al comandante di essere mandato in una missione tale da essere ucciso”. Fu invece lui a essere arrestato, durante un ripiegamento, da SS italiane: denunciato da una spia quale commissario politico e quale ebreo, Emanuele Artom morì in carcere il 7 aprile 1944 dopo sevizie inenarrabili.25 aprile - I mille ebrei italiani che combatterono per la libertà

2   1944 la brigata ebraica in Italia : testimonianza    Ricevo da Israele    Ancora prima della fondazione della Brigata Ebraica una componente dell'esercito britannico era formata da volontari palestinesi, tutti ebrei. Furono questi i liberatori degli ebrei italiani e stranieri rifugiati in tutta Italia. E furono loro che nell'agosto 1944 rifornirono d'acqua la citta' di Firenze assetata in seguito alla distruzione delle tubature fatta dai tedeschi in fuga. Chissa' se qualcuno ricorda? Avevano sulle spalline un Magen David ed un rubinetto.I soldati palestinesi [ebrei] e la brigata ebraica avevano il compito di rintracciare i profughi dai lager, moltissimi bambini rimasti in vita e nascosti per anni in sotterranei di fattorie polacche e conventi.Subito dopo la fine della guerra moltissimi ragazzi orfani ed unici superstiti della famiglia, vennero ospitati in ville e fattorie dell'alta Italia e curati e ristorati fisicamente e mentalmente. Una delle mie sorelle allora diciassettenne si occupo' di questi ragazzi e non e' riuscita a scordare i loro racconti di sofferenze e di morte.I soldati della brigata fecero ogni sforzo per inviare gli ebrei superstiti in Palestina, e per molti di loro fu quella la prima famiglia e la prima casa.I soldati palestinesi furono per noi un simbolo di liberta' e di speranza.A questo scopo furono creati campi d'addestramento dove si studiava l'ebraico e si imparava a lavorare la terra in vista dell'accoglienza in un kibbutz. Io stessa ho vissuto per 6 mesi in uno dei campi nel Lazio dove ho imparato i lavori manuali nei quali non ero addestrata e che mi sono serviti nei primi anni in Eretz.Brigata Ebraica - ANPI Ravenna

Israele Paragona l' OLOCAUSTO A DRAMMA PALESTINESE… LICENZIATO

da misna

Itamar Shapira, docente dell’istituto di studi sulla Shoah annesso al museo-memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, è stato licenziato per aver paragonato il dramma vissuto dagli ebrei durante il periodo nazista a quello di migliaia di palestinesi costretti ad abbandonare le loro terre dopo il 1948. La notizia, ripresa da tutti media israeliani, è stata confermata sia dalla dirigenza del museo – dove Shapira svolgeva anche il ruolo di guida – sia dal diretto interessato. Dal resoconto fatto dal quotidiano ‘Haaretz’ sembra che ad aver suscitato l’ira dei datori di lavoro di Shapira sia stato il parallelo fatto tra la shoah e le violenze commesse dagli israeliani nel villaggio palestinese di Deir Yassin, le cui rovine sono ancora visibili proprio all’esterno del memoriale. A Deir Yassin, nel 1948, furono alcune centinaia – secondo diverse fonti – le vittime palestinesi di un attacco di formazioni paramilitari ebraiche; da quel momento, partirono concretamente la formazione dell’attuale stato israeliano e la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi tuttora confinati – insieme ai loro discendenti – in campi profughi costruiti in Cisgiordania, Gaza e nei paesi arabi vicini, Siria, Giordania e Libano in particolare. Giustificando la decisione presa, la dirigenza del museo ha sostenuto che l’olocausto non può essere paragonato a nessun altro evento.[GB]

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1948:brutti ricordi

allegato:La notte dei cristalli ad Hebron

Presidente dello YAD Vashem: coloni come nazisti

Israele e l'Uso politico della Shoah : i nuovi negazionisti?

4 dicembre 1948: letteraintllettuali ebrei sul massacro di Deir Yassin

giovedì 23 aprile 2009

25 aprile : strage di VALLUCCIOLE di Carlo Levi


1994 -12 aprile

tratto da “LA PASQUA DI VALLUCCIOLE” DI CARLO LEVI ...La mattina dopo era ancora buio quando fummo svegliati da dei colpi alla porta e degli spari. Non avemmo neanche il tempo di scendere da letto che già la porta era sfondata e la casa piena di soldati tedeschi. lo ero mezzo addormentato, saranno state le cinque del mattino. Un tedesco che sembrava un cane arrabbiato, mi prese per un braccio e mi buttò giù dal letto gridando: « Fuori! » Volevo vestirmi; non mi lasciò il tempo. Mi potei infilare soltanto i pantaloni, ma le scarpe non me le lasciò prendere. A spinte e a calci mi buttarono fuori dall'uscio; lo stesso fecero al Vanni che me lo ritrovai vicino, di fuori, contro il muro della casa di faccia. Li c'era già qualcun altro, delle case vicine: tutti uomini. La casa del Vanni è una delle prime, in basso venendo da StiaPer terra c'erano delle cassette piene di bombe e di munizioni pesantissime. Ce le fecero caricare sulle spalle e ci misero in riga contro il muro, con le cassette addosso. Ognuno aveva un tedesco vicino, col mitra spianato. Dovevamo stare immobili. lo avevo il Vanni di fianco a me e guardavamo la casa che era ancora piena di tedeschi. Ma la moglie del Vanni e le bambine dove erano? Erano rimaste in casa e sentivamo gridare. I tedeschi sparavano dentro e fuori. Poi i tedeschi uscirono e sprangarono la porta. Non sentivamo più gridare le bambine, ma vedemmo il fuoco dalle finestre. Allora ci urlarono di metterci in fila e di camminare. Ognuno aveva un tedesco dietro. Il Vanni era davanti a me e si voltava, sotto il peso delle cassette, verso casa: ma ogni volta che egli volgeva il capo il suo tedesco gli dava un colpo sul viso con la punta del bastone ferrato. Anche il mio tedesco, quello che veniva dietro a me, mi spingeva con un bastone, e se appena facevo un passo più lento, su quelle pietre del sentiero ancora buio, sentivo nelle reni la punta del suo bastone e le bestemmie della sua voce di falsetto. Il mio tedesco era biondo, slavato, piccolo con gli occhi bianchi, tutto vestito di verde e in testa un elmo troppo grande. Sembrava un fungo, un fungo velenoso. Era un diavolo.Cosi camminammo per delle ore. Ad ogni casa ci fermavamo e dappertutto la stessa storia. I tedeschi entravano: gli uomini venivano buttati fuori e caricati con le cassette: la nostra fila si allungava. Nelle case le donne e i bambini venivano ammazzati subito. E le bestie, anche, nelle stalle. E poi davano fuoco. Cambiavano soltanto il modo; qui con la benzina, in un'altra casa con le bombe incendiarie, e massacravano con le bombe, coi fucili, coi mitra, con le mazze, coi coltelli. Avevano arsenali di armi e le adoperavano. Noi si sostava, e poi si tornava a camminare nella salita, sotto il peso, e il sole era nato dietro le montagne, e vedevamo il fumo uscire da tutte le parti, e si sentiva in tutta la valle gridare, e i pianti e gli urli delle donne e delle bestie scannate egli spari e gli scoppi, e su verso il prato del Falterona si sentiva anche il cannone. La schiena ci faceva male, ma stavamo ben attenti a non fermarci, a non inciampare. Un vecchio di settant'anni, il Lucherini, che non si reggeva in piedi, si fermò, il tedesco che gli stava dietro gli sparò subito una scarica alla testa. Dalla loro casa tirarono fuori gli Orai. Lei, signor Nerini, li conosceva, è una famiglia di ciechi dalla nascita: sono tre fratelli tutti ciechi. Quelli provarono a portare le cassette sul sentiero ma come potevano fare? Lo dissero che erano ciechi ma i tedeschi li spingevano a randellate. E quando, prima uno, poi l'altro, poi il terzo caddero con le loro cassette, gli spararono nella testa e li lasciarono lì.lo camminavo sempre col mio diavolo dietro che mi spingeva col puntale. Il sangue mi bolliva. Mi pareva di non essere più io, ma qualche altra cosa. Quando sentivo la sua punta nella schiena avrei voluto voltarmi e sputargli in faccia, a quel piccolo fUGgo. Ma continuavo a camminare.Verso le otto siamo arrivati alla casa del Becherucci. Lì c'è un piccolo piazzo, e subito un burroncello profondo e pieno d'alberi. Sullo spiazzo, ci fermammo, al solito, perché i tedeschi dovevano dare l'assalto alla casa. Che confusione!La casa era grande, la famiglia numerosa, c'erano molte donne e anche delle famiglie di sfollati che erano venuti quassù dalla città per sfuggire ai bombardamenti. Il fuoco e le grida salivano al cielo. I tedeschi sembravano impazziti, con una specie di ferocia frenetica. Si erano buttati su quelle donne prima di ammazzarle. Nella casa c'era anche del buon vino. Ad un certo punto, il mio tedesco, il mio angelo custode che non mi aveva mai lasciato di un passo, volle anch'egli partecipare alla festa. Lo vidi togliersi dalla cintura una bomba incendiaria e correre alla finestra d'angolo per buttarla dentro. lo non stetti a riflettere. Mi feci il segno della croce e prima di essermi accorto di quello che facevo avevo buttato la cassetta e rotolavo giù per il burroncello in mezzo alle piante. lo conosco bene quei luoghi: ci sono nato, ci sono sempre andato a caccia. Mi venne l'ispirazione di non scappare lontano. che mi avrebbero visto, ma di restare in fondo a quella piaggia, che c'è un nascondiglio dietro una roccia. In un momento c'ero arrivato. Mi buttai sotto la roccia, mi coprii di foglie secche e rimasi acquattato, senza tirare il respiro.Passarono due o tre minuti, poi i tedeschi cominciarono a sparare dal ciglio del burroncello, verso il fondo delle raffiche di mitra, e buttarono delle bombe a mano. Ma io ero coperto dal macigno. Sentivo i colpi battere sulla pietra, ma non sapevo più dove ero. Stavo immobile.Gli spari cessarono. Sentivo lo stridio del fuoco nella casa del Becherucci e il rovinio del tetto che cadeva, e il lamento continuo di un cane ferito. I tedeschi dovevano essersene andati. Dal mio buco sotto la pietra; io vedevo soltanto un piccolo pezzo di cido sopra il ciglio del burrone e le fronde di qualche albero verso la cima del pendio, e spiavo immobile. E vidi sul ciglio, profilate su quella fetta di cielo bianco muoversi le gambe verdi di un tedesco che andava avanti e indietro come una macchina. Avevano lasciato una sentinella per vedere di riprendermi. Io lo guardavo fissato quelle gambe come le lancette di un orologio che segnasse le ore della mia vita. In quel nascondiglio le urla e gli spari mi giungevano attenuate per la distanza; come di sottoterra. Le gambe andavano avanti e indietro, poi non le vidi più. Soltanto il tronco di un albero si stagliava sul cielo. Il tedesco era forse partito? Oppure si era seduto in disparte e mi spiava invisibile?Rimasi in attesa un'ora, due ore, chissà quanto tempo. Ad un certo punto sentii un rumore come di sassi sul pensio. Era forse un rumore del bosco o il piede del tedesco? Non ne potevo più. Le braccia, le gambe, la schiena mi si erano intorpidite in quella immobilità, cosi tesa, sotto le foglie secche. Guardavo con tutta la intensità dei miei occhi su quel piccolo pezzo di cielo ed a un certo punto vidi degli uccelli sulle ultime frasche degli alberi, subito sotto il ciglione, tranquilli e in pace. Era una coppia di tordi: il cuore mi si allargò; se i tordi scendevano così sicuri, voleva dire che il tedesco non era più là, ma se ne era andato davvero, o forse si era allontanato di cinquanta passi, ed era venuto dietro a me a sinistra, dove la roccia mi copriva lo sguardo? Passò un altro tempo che mi parve infinito, e poi vidi un falchetto volare basso verso là, verso sinistra. Se l'uomo era ancora laggiù, il falchetto non si sarebbe avvicinato. Mi decisi allora a mettere fuori il capo; poi a uscire dalla mia tana e a rizzarmi in piedi. La casa bruciava ancora, ma nessuna voce si sentiva nelle vicinanze. Mi stirai, mi mossi, senza far rumore, mi parve di rinascere. Ma dove sarei andato? Da lontano, da tutte le parti della valle mi giungevano i rumori della strage; era come una grande caccia dove la selvaggina non aveva rifugio. Ed io, come un animale braccato, rientrai nel mio buco e tornai a coprirmi di foglie.http://www.comune.stia.ar.it/turismo....le2.asp

Dall'alba al tramonto dura la strage. A sera Vallucciole è un cumulo di macerie fumanti: tra le macerie 108 poveri corpi devastati dal piombo e dal fuoco. Muiono anche 22 ragazzi,l'età varia dai tre mesi ai 17 anni

Moni Ovadia: l'impronta di Stalin


«L'antisemitismo è la più pericolosa eredità del cannibalismo». Se facessi scommesse chiedendo alla stragrande maggioranza degli italiani, giornalisti e intellettuali compresi, d'indovinare a chi attribuire questa frase, guadagnerei delle fortune. La frase è stata scritta da Yossip Vissarionovich Dzugazvili, ai più noto come Stalin. Per non essere tedioso non sottopporrò a quiz queste altre dichiarazioni: «L'Urss era l'unica potenza a sostenere la nostra causa» e «non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi».La prima frase è di Abba Eban, uno dei padri del Sionismo, che fu premier e ministro degli esteri dello Stato d'Israele, la seconda di Golda Meir. Mi sono servito di queste citazioni per proporre alcune riflessioni su un libro di recente uscita publicato dall'editore Teti con lo sconcertante titolo: Perché Stalin creò Israele. L'autore del saggio è Leonid Mlecin, uno dei più prestigiosi giornalisti televisivi russi, conduttore di un importante talk show storico. Mlecin, sulla base di nuovi documenti emersi con l'apertura degli archivi sovietici, giunge a una conclusione inequivocabile come spiega Enrico Mentana nella sua bella introduzione: «Non ci fosse stata l'Urss di Stalin - proprio lui, Koba il terribile - la nazione israeliana non sarebbe mai nata. E' una semplificazione, certo, ma chi potrebbe mai metterla in discussione?». Il concetto viene ribadito anche nella prefazione di Luciano Canfora che spiega come Israele nacque soprattutto grazie all'appoggio sovietico e sconfisse Egitto e Giordania (armati dagli inglesi) grazie alle armi inviate su diretto ordine di Stalin attraverso la Cecoslovacchia, per aggirare l'embargo alla fornitura di armi ai combattenti ebrei della Palestina, embargo dichiarato e sostenuto dagli inglesi con l'appoggio degli Usa. Che in quegli anni erano precipitati nel maccathismo con la caccia alle streghe che fu anche una violenta campagna antisemita. Allora nell'estabilishment ultraconservatore statunitense vigeva l'equazione ebreo/sionista =comunista. continua qui