giovedì 30 settembre 2010

Manifesto delle Comunità islamiche americane e canadesi per la libertà di parola



Sul sito di "The American Muslim" è comparso un Manifesto per la Difesa della Libertà di Parola firmato da vari esponenti delle comunità musulmane statunitensi e canadesi. Gli attacchi a scrittori, vignettisti e altri sono peggiori offese contro l'Islam di vignette e roghi del Corano.  di Elena DiniAccade spesso di sentir ricorrere frasi del tipo: “Beh, certo che i musulmani non terroristi dovrebbero farsi sentire” oppure “Se non sono d'accordo con quello che fanno i loro correligionari allora che lo dicano!”. E così via.
Quando leggo o ascolto questi argomenti che, nel mondo anglosassone – decisamente un po' meno in quello italiano – verrebbero definiti “deboli” penso che sempre faranno più rumore un attentato o le idee di persone poco sane rispetto ai quotidiani tentativi di musulmani “comuni” di costruire la pace lì dove si trovano, nella loro vita quotidiana. Ma anche quando varie personalità musulmane fra quelle più in vista nella società (nel caso che sto per illustrare, statunitense e canadese)
 si riuniscono per far sentire la loro voce e proclamare chiaramente la loro avversità a tutto ciò che considerano non in linea con l'Islam e contro la libertà di parola e di religione, lo spazio che viene dato a queste notizie è sempre limitato.
Di seguito riporto la traduzione del 
manifesto per la difesa della libertà di parola firmato da vari esponenti delle comunità musulmane statunitensi e canadesi.

“Noi sottoscritti, condanniamo incondizionatamente ogni intimidazione o minaccia di violenza diretta contro qualsiasi individuo o gruppo esercitante il proprio diritto di libertà di religione e espressione; anche quando tale espressione può essere percepita come offensiva o riprovevole. Siamo toccati e preoccupati dalla recente ondata di sentimento al vetriolo anti-musulmano e anti-islamico che sta trovando espressione nella nostra nazione.
Siamo ancora più preoccupati e rattristati dalle minacce che sono state avanzate contro singoli scrittori, vignettisti e altri da una minoranza di musulmaniConsideriamo queste delle offese peggiori contro l'Islam di ogni vignetta, rogo del Corano o altri discorsi.Affermiamo il diritto di libertà di espressione per Molly Norris, Matt Stone, Trey Parker e tutti gli altri, noi inclusi.

Come musulmani dobbiamo essere un esempio di giustizia, pazienza, tolleranza, rispetto e perdono.Il Corano impone ai musulmani di: *dare testimonianza all'Islam attraverso il nostro buon esempio (2:143);
*trattenere la rabbia e perdonare le persone (3:133-134 e 24:22);
*rimanere pazienti nelle avversità (3:186);
*battersi per la giustizia (4:135);
*non lasciare che l'odio degli altri ci faccia deviare dalla giustizia (5:8);
*rispettare la santità della vita (5:32);
*distanziarsi da coloro che si prendono gioco dell'Islam (6:68 e 28:55);

*persistere nel perdono, ordinare ciò che è giusto e allontanarsi dall'ignorante (7:199);
*astenersi dalle risposte a caldo (16:125-128);
*passare attraverso i discorsi inutili con dignità (25:72); e
*respingere il male con ciò che è meglio (41:34)

L'Islam richiede una 
condanna vigorosa sia dei discorsi che degli atti colmi d'odio ma sempre nei confini della legge. E' estremamente importante che noi reagiamo non con le emozioni ma con dignità ed intelligenza, conformemente sia ai nostri precetti religiosi che alle leggi del nostro paese.

Sosteniamo il Primo Emendamento della Costituzione statunitense e della Carta dei Diritti e delle Libertà canadese. Entrambi proteggono la libertà di religione e di espressione perché entrambe queste protezioni sono fondamentali per difendere le minoranze dai capricci della maggioranza.

Invitiamo quindi tutti i musulmani negli Stati Uniti, in Canada e all'estero ad 
astenersi dalla violenza. Dovremmo vedere le sfide che stiamo affrontando oggi come un'opportunità per isolare le voci dell'odio – non ricompensarle con maggiore attenzione – impegnando le nostre comunità in un dialogo costruttivo riguardo ai veri principi dell'Islam e i veri principi della democrazia. Entrambi sottolineano l'importanza della libertà di religione e della tolleranza.seguono firmeLa voce di chi si oppone alla violenza e lotta per la libertà di parola

Gaza :GUERRA ‘SPERIMENTALE’ E DANNI COLLATERALI



Israele ha firmato nel 1993 la Convenzione di Parigi sulle armi chimiche (sviluppo, produzione, immagazzinamento e uso, CWC in inglese). La convenzione, uno dei maggiori risultati della Conferenza sul Disarmo delle NU, è entrata in vigore nel 1997, ma Israele non l’ha mai ratificata. Così come non ha mai aderito al Trattato sulle armi biologiche e batteriologiche, (BWC) entrato in vigore nel 1975. 
Già nel 2006 il gruppo del New Weapons Research - una commissione indipendente di scienziati ed altri esperti internazionali che studiano l'impiego delle armi non convenzionali e i loro effetti - aveva denunciato l’uso di armi con caratteristiche tali da essere in contrasto con le convenzioni di Ginevra (armi termobariche in luoghi aperti, armi senza frammenti), armi usate dall’esercito israeliano che hanno prodotto danni di portata sconosciuta sia in Libano che a Gaza. A maggio New Weapons ha redatto e diffuso un nuovo report in cui dimostra la presenza di metalli tossici e carcinogeni nei tessuti di feriti a Gaza tra il 2006 e il 2009, durante le operazioni militari condotte da Israele. I tessuti sono stati esaminati partendo da biopsie di ferite senza frammenti effettuate dai medici dell’ospedale Al Shifa di Gaza e sono stati analizzati in tre diverse università (Italia, Svezia e Libano). Ne abbiamo parlato con Paola Manduca, docente di biologia genetica all’Università di Genova e coordinatrice del gruppo di ricerca New Weapons
Perchè avete scelto un’indagine su ferite non procurate da schegge o frammenti?
Ferite di questo tipo sono state segnalate dai medici di Gaza ma anche del Libano già dal 2006. Indicano che si tratta di armi non convenzionali, di fatto sconosciute o di cui si sa veramente molto poco, soprattutto i cui effetti sono ancora in fase di accertamento e di studio. Già nel 2006 i medici libanesi e di Gaza ci avevano contattato perchè riscontravano ferite in assenza di frammenti o schegge: per esempio, i pazienti venivano trattati come casi simili a ferite amputanti ma spesso seguivano esiti sconosciuti, in alcuni casi anche la morte del paziente. Nel caso in cui si sono effettuate autopsie si sono riscontrati danni ad organi interni, soprattutto al fegato. In questa ultima ricerca, abbiamo scoperto che queste armi non convenzionali lasciano dei metalli all’interno delle ferite, metalli che si depositano sulla pelle e all’interno del derma.Da una analisi per misurare la presenza di 32 metalli nelle biopsie, si dimostra la presenza in dosi più o meno elevate, ma sempre maggiori che nei tessuti normali, di sostanze altamente carcinogene (come il mercurio, l’arsenico, l’uranio), di altre potenzialmente carcinogene (ad esempio il cobalto), altre tossiche per il feto (come ad esempio alluminio, rame). Per gli effetti dei metalli vi siete basati su una letteratura medico-scientifica già esistente?
La nostra indagine si è basata su una letteratura medico-scientifica già esistente, ovviamente. Ma le conoscenze rispetto allo spettro di agenti che abbiamo individuato sono relativamente limitate. Si conosce l’effetto della assunzione di alcuni di questi metalli, se assunti singolarmente, come ad esempio nel caso di lavoratori coinvolti in processi che li usano. Ma non si conoscono gli effetti che i metalli possono avere se assunti in associazione e si conosce ancora poco sulla modalità con cui ogni metallo è più o meno in grado di interferire con diversi meccanismi all’interno dell’organismo. Non solo: l’effetto dell’assunzione in eccesso di un metallo può modulare la capacità di trattenere o di espellere un altro metallo, quindi scientificamente ci sono delle conoscenze base ma c’è ancora tanto da fare.
Alcuni dei metalli individuati sono in grado di produrre mutazioni genetiche, che cosa si intende esattamente? Si può quantificare l’esposizione della popolazione?
Uno dei metodi più diretti per conoscere il livello di esposizione ambientale, anche riconosciuto dalla Agenzia per l’energia Atomica (IAEA), è quello che abbiamo usato in una precedente indagine, cioè l’analisi dell’accumulo di metalli nei capelli. Abbiamo individuato tracce di metalli carcinogeni e tossici come uranio, tungsteno e alluminio nei capelli di un centinaio di bambini palestinesi che vivono nelle zone colpite dai bombardamenti, che rivelano un’esposizione avvenuta nei mesi tra agosto e dicembre 2009. I metalli tendono a permanere nei capelli per tempi diversi, alcuni per anni, altri per periodi più brevi, e il fattore durata dipende dal metallo e dall’equilibrio dall’organismo. Sui tempi di permanenza della contaminazione così rilevata si può dire davvero poco. Possiamo però dire per certo che chi li ha assunti e accumulati è sottoposto a un rischio che si estende nel tempo se non cambia la esposizione ambientale o se non si riesca a produrne la eliminazione degli eccessi ed il riequilibrio dell’organismo.
E in un posto come Gaza, dove la popolazione è imprigionata da un assedio che dura da oltre tre anni, è possibile anche solo pensare a una bonifica del territorio?Visto che i palestinesi della Striscia di Gaza non possono né uscire né entrare e vivono in una condizione di sovraffollamento, la bonifica del territorio non è certo praticabile. Inoltre visto che la popolazione civile continua a vivere in condizioni abitative precarie, anche in tende, i bambini continuano a giocare tra le macerie degli edifici bombardati, il livello potenziale di esposizione è ancora più elevato. I crateri di bombe sono contaminati da metalli carcinogenici e l’uso di armi senza frammenti (che contengono metalli) hanno probabilmente lasciato questi metalli che vengono inalati non solo nel momento dello scoppio e dalla persona ferita, ma anche dalle persone che in quell’area continuano a vivere. Il rischio di contaminazione non c’è solo per le persone coinvolte direttamente ma anche per quelle non colpite.
Si può risalire con certezza alla tipologia delle armi e al marchio di fabbricazione? Per le armi al fosforo sicuramente sì, perché si sono ritrovati in numero abbondante diversi involucri di armi. Sono convinta che si potrebbe risalire anche ad altre armi, così anche in Libano, perché sono state conservate. Occorrerebbe qualcuno che facesse questo tipo di indagine. Le munizioni al fosforo ritrovate sono di produzione statunitense. Per bombe più grandi come quelle a frammentazione, in cui l’involucro esplode, è più difficile identificare i numeri che farebbero risalire al tipo d’arma e non mi risulta che nessuno lo abbia fatto.Gaza si differenzia da altre situazioni come l’Iraq o l’Afghanistan? Gaza, come pure il Libano, sono gli unici luoghi da dove, a partire dal 2006, sono arrivate a noi diverse informazioni sull’uso delle armi non a frammentazione, e dove per certo sappiamo che sono state sperimentate le armi cosidette a danno collaterale limitato. Mentre nessun report Innanzitutto si possono causare gravi danni all’organismo, anche se non si provocano mutazioni genetiche. Detto questo, alcuni di questi metalli sono noti carcinogeni: è stato cioè dimostrato che possono provocare tumori, il che significa che possono anche provocare mutazioni genetiche. Questi stessi metalli carcinogeni possono anche causare un grave malfuzionamento a livello cellulare, quindi dare luogo a patologie. Altri dei metalli individuati sono metalli noti perché associati a malattie croniche o in grado di indurre malattie o malformazioni in particolari comparti durante lo sviluppo dell’embrione. In questo caso non si può parlare di mutazione genetica ma di uno sbilanciamento complessivo, un malfunzionamento ereditabile anche se non c’è un danno al DNA. Quindi questi metalli pur non comportando una mutazione genetica diretta comportano una alterazione funzionale, che può anche essere ereditabile e quindi altrettanto grave.Puoi farci qualche esempio di metalli e degli effetti tossici o patologie provocate? Abbiamo trovato alte percentuali di alluminio, per esempio, che è un tossicante, è associato a malattie dell’apparato nervoso e all’Alzheimer e anche all’incidenza di malformazioni infantili. È un metallo che viene anche assorbito dalla pelle e quindi è in grado di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione. Anche il molibdeno è assorbito dalla pelle, è fetotossico e può provocare patologie croniche nell’apparato riproduttivo.Si può quantificare quanto a lungo le sostanze rilasciate dalle armi rimangono nel derma? Non abbiamo alcuna certezza sul raggio di diffusione nel corpo di queste sostanze.Si può quantificare quale sia il raggio di esposizione ai metalli?Gaza, come pure il Libano, sono gli unici luoghi da dove, a partire dal 2006, sono arrivate a noi diverse informazioni sull’uso delle armi non a frammentazione, e dove per certo sappiamo che sono state sperimentate le armi cosidette a danno collaterale limitato. Mentre nessun report simile ci è arrivato dai medici dell’Iraq. Dalla guerra in Afghanistan in poi si sono sviluppati sistemi di nuove armi, spesso modificando quelle già esistenti, sono state usate armi amputanti o armi a bassa intensità, anche mirate non a uccidere ma a colpire precisi soggetti, o modulate in intensità quali quelle usate in Libano e Gaza contro bambini. L’Iraq e l’ Afghanistan sono luoghi però da cui qualsiasi osservatore è stato mandato via e in buona parte è fuggito anche il personale medico, pertanto è molto difficile avere informazioni, date le condizioni di sicurezza, e anche chi sa parla poco. A Gaza ed in Libano i dati sono stati più accessibili e anzi sono stati gli stessi medici a rivolgersi a noi. Le armi al fosforo usate a Gaza sono simili se non identiche a quelle usate in Iraq.In questi due anni il NWRC ha realizzato verifiche scientifiche con tecniche di istologia, microscopia elettronica a scansione e per spettrometria di massa su biopsie da vittime della guerra del 2006 e insieme a dottori libanesi e palestinesi ha raccolto casistica clinica e documentazione dalle quali emerge che bombe termobariche, small bombs caricate a metalli e ad esplosione mirata anche ad intensità subletale sono state usate nelle guerre del 2006 in Libano e a Gaza e ancora nel 2009 a Gaza. (Informazioni: www.newweapons.org)Guerra ‘sperimentale’ e danni collaterali  Barbara Antonelli

Shapira denuncia violenze: questo è il suo diario di viaggio

Shapira e’ stato perentorio nel riferire che i soldati israeliani saltati a bordo dell’Irene hanno usato la forza e in non poche occasioni la violenza contro i passeggeri che pure, ha sottolineato, non avevano opposto alcuna forma di resistenza attiva all’abbordaggio avvenuto a circa 20 miglia marine dalla costa di Gaza. “Non ci sono parole per descrivere ciò che abbiamo vissuto” ha detto. “Il portavoce IDF sta tentando di dipingere un quadro diverso da quanto accaduto, come se l’abbordaggio non fosse stato violento, ma in realtà le azioni dei soldati sono state violente e molto dure”, ha aggiunto. Il refusenik peraltro e’ stato tramortito da una scossa di pistola taser usata da uno dei militari israeliani e si e’ ripreso solo dopo diversi minuti.
D’altronde la stessa portavoce della spedizione pacifista Miri Weingarten, gia’ ieri pomeriggio non aveva voluto confermare la versione rassicurante data dalle forze armate israeliane. “Dopo l’arrembaggio non abbiamo avuto notizie da coloro che sono a bordo dell’Irene – aveva detto Weingarten a Nena News – i telefoni cellulari e satellitari sono stati sequestrati e spenti. Sappiamo solo che i soldati hanno ammanettato tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio. Non abbiamo altre informazioni”. Richard Kuper dei “Jews for Justice for Palestinians”, uno dei promotori della nave ebraica, ha dichiarato che l’azione israeliana dimostra “che il governo Netanyahu non vuole la pace. La sorte subita da questa barca simboleggia il destino delle speranze di pace in questa regione”. Kuper ha chiesto il sostegno della comunita’ internazionale in favore della nave “Irene” e del messaggio di protesta di cui è stata portatrice.
intanto una pacifista ebrea di nazionalita’ tedesca Edit Lutz, rifiuta la deportazione ed e’ al momento detenuta nella sezione femminile del carcere di Ramle (Tel Aviv) dove rimarra’ almeno fino a domenica.


CORREDO DEL SERVIZIO NENA NEWS VI PROPONE IL DIARIO DI VIAGGIO DI YONATAN SHAPIRA
Diario di viaggio – Yonatan Shapira
26 settembre 2010
La rotta è 120. Altre 200 miglia al porto di Cipro, e il pilota automatico della nave, che si suppone mantenga la rotta, si rifiuta di lavorare e mi lascia con l’indeterminato compito di mantenere la rotta su un mare turbolento, senza alcuna avvisaglia di terra da un orizzonte all’altro. Ancora un’altra mezzora, poi mio fratello Itamar, anche lui “refusnik”, mi sostituirà al comando, e dopo di lui Bruce e Glen prenderanno il suo posto. Se tutto procederà secondo i piani, raggiungeremo Famagosta nel primo pomeriggio di Sabato, e lì prenderemmo a bordo il resto dei passeggeri che, insieme a noi, per quanto strano possa sembrare, tenteranno di rompere l’assedio di Gaza.  Già da alcune settimane stiamo percorrendo la nostra strada verso Est, dall’Isola greca dove la barca è stata acquistata nel nord del Peloponneso, attraverso il canale di Corinto e le Isole Cicladi. Abbiamo già sperimentato ogni tipo di imprevisto da manuale: il motore sopra di noi che si è surriscaldato ed è morto, il timone che si è staccato improvvisamente, l’ancora che è rimasta impigliata, la vela che si è strappata, una tempesta e molto altro. Quello che ancora non abbiamo sperimentato invece è l’unicità, la meraviglia e il braccio forte dell’Esercito israeliano – l’esercito più morale del mondo, per coloro che hanno dimenticato.   Le navi da guerra non ci hanno ancora intercettati, non hanno ancora scagliato i commando su di noi dagli elicotteri e i cecchini non ci hanno ancora sparato. Queste sfide sono ancora davanti a noi, e le sperimenteremo insieme con gli altri passeggeri, tra cui alcuni sopravvissuti all’Olocausto, padri di famiglia in lutto (1) ed altri.  Il vento del sudovest sta diventando un po’ troppo forte, e la bussola oscilla tra i 120 e i 130 gradi. Dò un’occhiata al Gps e vedo che sto virando leggermente a sinistra. Beh, se il pilota automatico stesse facendo il suo lavoro, potrei semplicemente sedermi, guardare le onde e scrivere indisturbato.  Sette anni fa abbiamo pubblicato quello che i media chiamarono la “lettera pilota”. In quella dichiarazione annunciavamo all’intera nazione (si, abbiamo indossato le uniformi di volo e siamo stati intervistati da giornali e televisioni) che avremmo rifiutato di prendere parte ai crimini dell’Occupazione.  Dieci giorni dopo siamo stati convocati per un colloquio dal Comandante dell’Air Force. Dopo avermi delineato la sua teoria razziale (nella forma di una scala di valori di sangue, dagli israeliani in alto ai palestinesi, in basso), mi ha informato che ero congedato e non ero più un pilota dell’Air Force israeliana. Molte cose sono successe da allora. Molte navi hanno attraversato il Canale di Corinto, molte manifestazioni e arresti: ma soprattutto, molti bambini sono stati uccisi a Gaza.  Mi ricordo di Arik, un caro amico d’infanzia e un pilota di combattimento, che ha esitato qualche tempo sull’opportunità di firmare la lettera e rifiutare (di servire l’Esercito, ndt), ma alla fine mi confessò sinceramente che non voleva rinunciare al suo meraviglioso giocattolo, l’F-16. All’inizio si vergognava ancora un po’ per la scelta rassicurante che aveva fatto. Segretamente mi sosteneva e ammetteva che non aveva abbastanza coraggio. Sono passati sette anni, e oggi è ancora un pilota da combattimento in riserva, capo delle formazioni di attacco nella sua ala di combattimento, e sulle sue mani o sulle sue ali c’è il sangue di decine di palestinesi e libanesi innocenti, forse anche di più.  Ogni traccia di moralità che aveva conservato adesso è sparita, e oggi Arik potrebbe bombardare qualunque posto, in ogni momento, dovunque gli dicano di farlo. È il fascino della routine: alla fine ogni cosa può sembrarti normale. Anche un uomo ordinario, gentile ed educato, un buon padre per i suoi figli, può essere trascinato in un’uccisione di massa. Io non ero un pilota di guerra. Pilotavo i Blackhawks, utilizzati principalmente per missioni di salvataggio e per il trasporto di personale. Una delle argomentazioni che abbiamo sentito da quelli che sono in disaccordo con noi – e specialmente persone della mia parte, tre di quelle che hanno firmato la lettera – era che a nessuno di noi è stato chiesto personalmente di sparare, di bombardare o di assassinare nessuno. Noi abbiamo risposto a questa argomentazione dicendo che non è necessario commettere un omicidio per poter dire che è vietato commetterlo, e che è facile dire “ho solo tenuto il comando mentre un altro pilota lanciava il missile”.  Sono passati gli anni, e siamo arrivati agli eventi della Flottiglia e dell’assalto omicida  a bordo della Mavi Marmara, dimostrandoci che la connessione tra la mia parte e l’assassinio di civili è nei fatti molto più diretta di quanto pensassimo. Sono stati l’unità nella quale prestavo servizio e gli elicotteri che ho pilotato a condurre l’operazione pirata, calando il Commando sul ponte. È molto probabile che a volare, quella notte, siano stati miei allievi, o piloti insieme a me in passato.  Che cosa pensa, che cosa prova un pilota di Blackhawk quando si tiene in equilibrio sopra un’imbarcazione civile lontano dalle acque territoriali israeliane? Cos’è che pensa quando ordina ai suoi soldati di scendere su una barca che sta trasportando aiuti umanitari, sacchi di cemento e dozzine di giornalisti, nel bel mezzo della notte?  Fondamentalmente sta pensando a come mantenere un equilibrio stabile e non perdere il contatto visivo con gli altri elicotteri e con l’imbarcazione sotto di lui. Ascolta e impartisce ordini attraverso il sistema di comunicazione interno fra gli elicotteri, e forse prova anche un po’ di paura. Dopotutto, volare sopra un’imbarcazione in mare aperto in piena notte non è una semplice operazione di trasporto aereo.  E forse, il pilota, pensa anche qualche altra cosa. Forse ha una certa opinione politica o forse no, ma quel che è certo è a cosa sicuramente non sta pensando…un pilota che sta volando sopra un’imbarcazione civile in mare aperto, di sicuro non sta pensando che qualcuna tra le persone sotto di lui sia intenzionata a sparargli o sia in possesso di armi da fuoco, altrimenti non correrebbe il rischio. È assolutamente contrario alle norme dell’Esercito, a meno che non si stia conducendo una necessaria operazione di soccorso. Questo significa che loro sapevano, al di là di ogni dubbio, che nessuno a bordo della Mavi Marmara era armato. Il pilota sapeva che quelli erano civili, che stavano protestando espressamente identificandosi con il milione e mezzo di civili sotto assedio a Gaza; ma apparentemente non ha pensato al fatto che, quando pirati armati e camuffati ti saltano addosso nel mezzo della notte, è legittimo tentare di resistere al dirottamento (anche se è tatticamente e strategicamente inutile).  A tutti quelli che nutrono dubbi sulla questione, raccomando caldamente di provare a immaginare di trovarsi in mare aperto nel cuore della notte, quando improvvisamente enormi elicotteri neri compaiono sopra di voi con un rumore assordante e da questi, come ladri mascherati vestiti di nero, scendono teppisti armati mentre navi da guerra si accostano alla tua barca da tutte le direzioni, e inizino a sparare, tirare granate chissà cos’altro che nonriesci a identificare a causa del rumore, e del buio.  Il sole ha appena lasciato l’orizzonte. Sono le 18.52.  Sto cercando di pensare a cosa ci succederà nei prossimi giorni, vicino alla costa di Gaza, dentro o fuori dalle acque territoriali. Sembra che non faccia differenza quando sei al di sopra la legge e puoi sparare, assaltare, saccheggiare, occupare e umiliare senza che nessuno ti imponga un limite.  Siamo nella piccola barca dei “Jews for Justice for Palestinians”.  Non abbiamo intenzione di combattere con l’Esercito, anche se ne avremmo tutto il diritto. Abbiamo scelto la nonviolenza come tattica e strategia, ma non intendiamo arrenderci facilmente fin quando non ammanetteranno e arresteranno il sopravvissuto all’Olocausto, il padre in lutto e fino all’ultimo passeggero sulla nave.  I colori del tramonto stanno diventando sempre più scuri e profondi. Oro, rosa e arancio con strisce di luce blu tra le nubi ardenti. Adesso Bruce, al timone, sta mantenendo la rotta a 120 con i due motori insieme, con la randa e la vela che aggiungono un altro nodo e mezzo alla velocità. Itamar si sta esercitando alla chitarra, e Glen sta preparando la cena. Sembra che gli effluvi di cipolla fritta non riempiano solo la barca (rendendo l’aria un po’ difficile da respirare), ma l’intero Mar Mediterraneo. Pare anche che salterò la cena.  Il Capo di Stato Maggiore Ashkenazi ha detto alla Commissione d’inchiesta israeliana che ha indagato sugli eventi della Flottiglia, che la sua conclusione dei fatti è “più cecchini”…si…si, ecco la sua conclusione per gli assassinii della Mavi Marmara: più cecchini! La mia, di conclusione, è stata un po’ differente da quella di una persona che in futuro, prevedibilmente, sarà portato davanti ad un tribunale internazionale per crimini di guerra. La mia conclusione è stata che dovevo unirmi alla prossima barca diretta a Gaza, e cosa poteva essere più adatto di un’organizzazione ebraica che dall’Europa sta lottando per i diritti umani e la pace?  Ho contattato gli organizzatori ed ho offerto loro il mio contributo come skipper. Ho imparato a farlo in una scuola, e adesso ho l’opportunità di mettere in pratica gli insegnamenti non solo per mio piacere personale, ma per portare avanti un’azione simbolica e importante con un’organizzazione che ha deciso di investire una discreta somma di denaro, ore di discussione, pianificazione e preparazione per un solo obiettivo: rompere l’assedio di Gaza.  Ieri pomeriggio sull’isola di Kastelorizo, durante gli ultimi momenti di preparazione della barca, abbiamo aperto la vela in un grande spazio vicino al molo ed abbiamo scritto in arabo ed ebraico:  “Yahud min ajl al-‘adala lil-filastiniyin” – il nomedell’organizzazione: Jewish for Justice for the Palestinians – Ebrei per la giustizia per i Palestinesi. Il corso di arabo che ho seguito durante l’estate mi ha aiutato a non confondermi scrivendo le lettere curve e Itamar, che stava sopra di me, con la luce del molo mi ha guidato su e giù, verso destra e sinistra, in modo che la scritta fosse visibile e chiara quando avremmo alzato la vela alla nostra partenza da Cipro, e quando ci saremmo avvicinati a Gaza.  È seguita un’altra lunga notte di guardia al timone. Il mare era relativamente calmo, ma un moderato vento di coda ha insistito per portare i gas di scarico dei motori direttamente nella cabina di guida, cosa che ha rafforzato la mia convinzione di saltare la cena, e mi ha costretto a fare i conti con un leggero senso di nausea: guardando l’orizzonte, mantenendo una rotta di 125 e soprattutto cantando ancora e ancora la canzone migliore per uno che si trova su una barca in mezzo al mare: “Se il buio è sceso e non ho stelle…la luce è una rosa di fuoco sull’albero della mia barca, mamma…”(2).  Alle 6.12 del mattino, quando ci siamo avvicinati alla costa di Cipro con i primi raggi di sole – Itamar era al timone, Bruce e Glen stavano dormendo ed io stavo a prua, cercando di respirare aria pulita nonostante il  fumo dei motori – improvvisamente una barca di media grandezza ci ha superati.  Lo ha fatto passandoci piuttosto vicino, e ci è parso strano. Ci ha girato attorno da nord muovendosi verso ovest, ed era simile ad una piccola nave da guerra. Forse eravamo già un po’ paranoici o forse no, e forse era semplicemente una barca della guardia costiera turca. In ogni caso, abbiamo iniziato a pensare e a figurarci come sarebbe stato il nostro incontro con la marina dell’Esercito israeliano, una volta arrivati alla costa di Gaza. Che cosa avrebbe fatto ognuno di noi, in che modo ci saremmo presi cura dei passeggeri, come avremmo reagito se la motovedetta Dabur avesse attaccato la nostra piccola imbarcazione, come negli incidenti precedenti.  Allora abbiamo deciso di scrivere una dichiarazione in ebraico e in inglese, che leggeremo alla radio sul canale delle emergenze nautiche, quando elementi della Marina o dell’Air Force si avvicineranno a noi. Ecco quello che abbiamo scritto:  “Siamo una nave dell’organizzazione ebraica europea Jews for Justice for Palestinians.   Siamo sulla nostra strada per Gaza. Non siamo armati e crediamo nella nonviolenza, e siamo determinati a procedere verso il porto di Gaza. Voi state imponendo un assedio illegale su Gaza. Queste sono acque internazionali e noi non riconosciamo la vostra autorità qui. Ci sono attivisti di tutte le età a bordo di questa nave. Tra di noi ci sono sopravvissuti all’Olocausto, genitori in lutto ed israeliani che rifiutano di conciliare se stessi con l’Occupazione illegale dei Territori Palestinesi. Siamo attivisti pacifisti e disarmati, che credono nella nonviolenza, e siamo determinati di andare avanti per la nostra strada verso il porto di Gaza. Facciamo appello a voi, ufficiali e soldati dell’Esercito Israeliano, perché rifiutiate di obbedire agli ordini illegali dei vostri superiori. Per vostra informazione, l’assedio di Gaza è illegale secondo il diritto internazionale, e quindi state correndo il rischio di essere portati davanti ad una corte internazionale di giustizia per crimini diguerra. L’assedio e l’occupazione sono disumani e contrari alla moralità universale ed ai valori dell’ebraismo. Usate le vostre coscienze! Non dite “Stavo solo obbedendo agli ordini”!Ricordate la storia dolorosa del nostro popolo!Rifiutate di dare forza all’assedio!Rifiutate l’Occupazione!  1. In questo contesto, “in lutto” è da intedersi riferito ad un israeliano che ha perso una persona cara come risultato della Guerra o del terrorismo nel contesto del conflitto israelo-palestinese.  2. Dal testo di una canzone israeliana, “Zemer ahava la-yam” – “Canzone d’amore al mare”



Jewish Gaza-bound activists: IDF used excessive force in naval raid


Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Cecilia Dalla Negra e Luisa Morgantini-Associazione per la Pace

martedì 28 settembre 2010

Dentro la logica nucleare iraniana di Gareth Evans


L’Iran è davvero deciso a diventare una potenza nucleare, o si accontenterà di avere semplicemente le capacità potenziali di costruire armi nucleari? Conta, in ogni caso, la differenza?
Poche questioni internazionali hanno una posta in gioco più alta. Il pericolo più immediato, se si vuol far prevalere un’interpretazione pessimista delle intenzioni iraniane, riguarda un attacco preventivo israeliano, che trascinerebbe in guerra tutto il Medio Oriente, con conseguenze catastrofiche per l’economia globale.
Nessuno dovrebbe sottovalutare quanto sia difficile stabilire quali siano le vere intenzioni iraniane. Non aiutano i segnali contrastanti forniti da centri di potere antagonisti, o la contraddizione fra le stridenti dichiarazioni pubbliche e la moderazione privata dei rappresentanti iraniani. Scettici e pessimisti hanno, inoltre, molti esempi per dimostrare l’ostruzionismo e la spregiudicatezza iraniana nell’argomentare la pur legittima questione internazionale dei suoi programmi nucleari.
Detto questo, troppi politici e commentatori hanno dato un giudizio affrettato, insistendo che l’Iran è irrevocabilmente determinato a costruire armi nucleari, o almeno che vuole una ugualmente pericolosa capacità potenziale di deterrenza.
Ci sono infatti buone ragioni per credere che la situazione non sia così pericolosa, ma invece più contenibile di come viene percepita. Ammettendo che un compromesso accettabile per l’Iran e la comunità internazionale sarebbe estremamente difficile da raggiungere, esso è comunque possibile.
Non si deve scavare a fondo per capire le ragioni che spingono l’Iran a mettere alla prova i limiti della tolleranza internazionale: redimere le umiliazioni subite a partire dall’era di Mossadeq; dimostrare la superiorità tecnologica alla regione mediorientale e al mondo; spiegare senza mezzi termini alle potenze occidentali – che con la loro politica del doppio standard abbandonarono l’Iran alle armi chimiche di Saddam Hussein alla fine degli anni ‘80 – che Teheran non abdicherà al proprio “diritto” di arricchire l’uranio nel rispetto del Trattato di Non Proliferazione (TNP).
Per contro, non è facile per gli osservatori esterni capire perché l’Iran si asterrebbe dal produrre armi nucleari pur avendone la capacità. Ma in molte delle mie discussioni confidenziali con alti funzionari in Iran e altrove negli anni scorsi, ho avuto modo di ascoltare esplicitamente e ripetutamente cinque ragioni a giustificazione di ciò, ed esse meritano di essere prese sul serio.
La prima è la preoccupazione che Israele possa interpretare l’esistenza di una o due bombe iraniane come una minaccia alla sua stessa sopravvivenza, meritevole di un attacco preventivo – con o senza l’appoggio statunitense, ma in entrambi i casi con mezzi che l’Iran sa di non poter contrastare. Gli iraniani ritengono che una tale offensiva sia improbabile finché l’Iran non supererà la soglia della produzione effettiva di tali armiIn secondo luogo è universalmente accettato che non c’è alcuna tolleranza in Russia o in Cina per una bomba iraniana, e che tutta l’accondiscendenza che queste potenze hanno mostrato all’Iran nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si esaurirà se l’Iran procederà con la produzione di armi nucleari. Questa posizione è stata evidenziata dai più recenti negoziati relativi alle sanzioni.
La terza ragione è che, per questo motivo,  in Iran c’è un’inequivocabile consapevolezza che l’acquisizione di una bomba provocherebbe delle sanzioni economiche paralizzanti. Le sanzioni finanziarie, dirette e indirette, stanno già avendo effetto – anche sulla Guardia Rivoluzionaria ed i suoi principali interessi economici – ma sono tollerabili di fronte alla volontà di affermare il diritto iraniano di arricchire l’uranio nel rispetto del TNP. Una volta che sia palese un’evidente violazione del TNP, la partecipazione universale a un regime di sanzioni ancora più dure è vista come inevitabile.
La quarta ragione è che gli Iraniani riconoscono che qualsiasi egemonia regionale acquistata con la minaccia di armi nucleari sarebbe di breve durata. C’è scetticismo riguardo alle capacità egiziane, saudite o turche di iniziare un programma di armamento nucleare per conto proprio, e si ritiene che ci sia molta pressione internazionale, specialmente da parte degli Stati Uniti, affinché non si vada in quella direzione. Ma è anche chiara l’idea che attriti arabo-persiani, sunnito-sciiti, o più immediate tensioni fra potenze regionali, renderebbero una corsa agli armamenti inevitabile.
Infine c’è una motivazione religiosa: le armi di distruzione di massa molto semplicemente violano i precetti dell’Islam. Poche persone, nei paesi occidentali, troverebbero questa ragione molto convincente, ma essa è ritornata in ogni conversazione che ho avuto modo di tenere con rappresentanti iraniani, di rango elevato o no. E questa posizione non è senza fondamento: quando il regime di Saddam ha bombardato l’Iran usando armi chimiche, Teheran, dopotutto, non ha reagito con lo stesso tipo di armi.

Niente di tutto questo dovrebbe suggerire che le intenzioni iraniane vadano prese “sulla fiducia”. C’è troppa “Storia” e ci sono troppi motivi di sospetto perché ci si possa fidare. Qualsiasi accordo che includa la fine delle sanzioni e dell’isolamento diplomatico dovrebbe essere accompagnato da un monitoraggio intrusivo, ispezioni e accordi di verifica, che coprano non solo tutti i livelli più delicati del ciclo di produzione del combustibile nucleare, ma anche ogni eventuale programma bellico o impianto ingegneristico sospetti. La comunità internazionale vuole la certezza che ci sia sufficiente anticipo – 12 mesi circa – per rispondere ad ogni eventuale prova di un reale intento di procedere verso la produzione effettiva di armi atomiche.
Continueranno a esserci le solite frustrazioni, come quelle dell’anno passato per il fallimento degli sforzi creativi di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza – e più recentemente del Brasile e la Turchia – per trovare soluzioni ad interim, in gran parte a causa del rifiuto, da parte dei capi del movimento democratico dell’anno scorso, di sostenere il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, incline ad un compromesso. Ma ci sono, nonostante tutto,  solide basi per mantenere la porta aperta alla diplomazia.
L’Iran è un paese straordinariamente complesso. Ma, se non possiamo permetterci di sottovalutare le forze dell’estremismo che persistono nel paese, è però a nostro rischio e pericolo rifiutare di capire a fondo le correnti moderate e di buon senso che vi scorrono, anche nei circoli politici più elevati.

Aluf Benn Il vincitore nella disputa sugli insediamenti è Netanyahu


Benjamin Netanyahu sembra essere il vincitore nella crisi legata al congelamento degli insediamenti: la sospensione per 10 mesi dell’attività edilizia negli insediamenti non sarà prorogata, e il primo ministro non ha rinunciato a nulla. I colloqui di pace con i palestinesi continueranno, la coalizione di governo è più forte che mai, e l’esecutivo gode di una certa libertà di movimento per quanto riguarda i coloni e l’amministrazione statunitense.Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, e le sue minacce di un possibile stop, non faranno naufragare i colloqui di pace appena iniziati solo perché Netanyahu non ha prolungato il congelamento. Il presidente USA Barack Obama, che aveva chiesto che la moratoria continuasse, non può imporla a Netanyahu alla vigilia delle elezioni del Congresso, mentre i leader del suo partito chiedono la prosecuzione dei negoziati a prescindere dagli insediamenti.Abbas e Obama ingoieranno la fine del congelamento e aspetteranno che Israele compia qualche passo falso approvando un piano edilizio provocatorio. Poi cercheranno di mettere nuovamente in trappola Netanyahu minacciandolo con una possibile crisi diplomatica o con l’eventualità di mettere in pericolo la sua coalizione. Questo è ciò che accadde con Ramat Shlomo a Gerusalemme, quando Israele annunciò ulteriori piani edilizi mentre il vicepresidente americano Joe Biden era in visita nel paese, lo scorso marzo.Netanyahu cercherà di sfruttare il suo successo nella crisi sugli insediamenti per mostrare al suo fronte politico che egli è veramente l’uomo forte di cui parlavano i suoi slogan elettorali. Il segnale rivolto alla destra è chiaro: non sono uno straccio come mi avete dipinto, ma un navigatore prudente e responsabile che a volte deve tenere bassa la testa e fare concessioni tattiche fino a quando passa la bufera. Fidatevi di me affinché io vegli sulla Terra d’Israele allo stesso modo.Dopo che l’esecutivo aveva approvato il congelamento lo scorso 25 novembre, fu detto che il governo avrebbe applicato “la politica delle amministrazioni precedenti in materia di attività edilizia in Giudea e Samaria”. La politica delle precedenti amministrazioni può essere riassunta in questo modo: quando il processo diplomatico era bloccato e Israele era isolato a livello internazionale, l’espansione degli insediamenti veniva arrestata anch’essa; quando la pace sembrava proprio dietro l’angolo e Israele godeva di buona relazioni internazionali, il progetto di colonizzazione faceva balzi in avanti.Così è stato nei giorni di Menachem Begin (pace con l’Egitto e 100 nuovi insediamenti in Cisgiordania), di Yitzhak Rabin (accordi di Oslo e costruzione delle strade di collegamento che avvicinavano gli insediamenti al centro di Israele), di Benjamin Netanyahu (costruzione di Har Homa dopo l’accordo di Hebron), di Ehud Barak (migliaia di nuovi appartamenti nei territori occupati nel periodo precedente al vertice di Camp David), e di Ehud Olmert (aumento dell’attività edilizia intorno a Gerusalemme dopo la Conferenza di Annapolis).

Questo è il paradosso degli insediamenti: si espandono in maniera direttamente proporzionale ai progressi nel processo diplomatico. Quando non c’è pace, non c’è attività edilizia, e quando ci sono contatti diplomatici, cerimonie e ottimismo, centinaia di nuove case spuntano tra le colline della Cisgiordania. Chi vuole fermare gli insediamenti deve gettare i bastoni fra le ruote ai negoziati. E coloro che vogliono riempire i territori di coloni devono incoraggiare il “do ut des”. Per dirla semplicemente, Peace Now dovrebbe lottare contro i colloqui di pace, e lo Yesha Council che riunisce le organizzazioni dei coloni dovrebbe pagare i biglietti aerei per Washington e AnnapolisSi può presumere che accadrà lo stesso con Netanyahu. Dopo essersi liberato di parte delle pressioni immediate ed aver placato i coloni, lasciando che alcune case vengano costruite in proporzione ai gesti compiuti nei confronti dei palestinesi, egli farà ritardare i piani per ulteriori attività edilizie in Cisgiordania. Questi piani dovranno attendere un miglioramento del processo diplomatico. Essi saranno autorizzati quando Netanyahu e Abbas avranno avuto un riavvicinamento; a quel punto Israele sarà messo ancora una volta sotto pressione. L’attività edilizia accelererà di nuovo, concentrandosi in blocchi per rafforzare la posizione negoziale di Israele in materia di confini, e per creare più fatti sul terreno.
Questa politica servirà anche come tattica del bastone e della carota da parte di Netanyahu nei confronti dello Yesha Council. I leader dei coloni hanno mostrato il loro autocontrollo sul campo durante il congelamento degli insediamenti. I timori che ci sarebbero state violazioni provocatorie sono gradualmente diminuiti. Netanyahu ha comprato i coloni, restituendo loro uno status economico privilegiato, ed essi si sono calmati. Ora egli dirà loro: non vi è più alcun blocco, ma non vale la pena che costruiate provocatoriamente nei punti di attrito, poiché questo non farebbe altro che aumentare le pressioni americane. Mostrate maturità e responsabilità, il vostro turno verrà.Alla scadenza del congelamento degli insediamenti, Netanyahu si trova esattamente dove vuole essere: al centro politico, senza aver adottato decisioni che lo costringano a scegliere da quale parte stare. Tutto è ancora da giocare: il partito laburista e Kadima hanno ottenuto il processo diplomatico che volevano, e la destra ha ottenuto la ripresa delle attività edilizie in Cisgiordania. Le decisioni vere, se mai ve ne saranno, sono state rimandate alla prossima estate, poco prima della scadenza dei negoziati per un accordo israelo-palestinese.Fino ad allora
Netanyahu potrà oscillare a destra e a sinistra, chiedere che i palestinesi riconoscano Israele come Stato ebraico, accennare a un’imminente svolta con i siriani, e sperare con tutte le sue forze che l’Iran faccia qualcosa di provocatorio che spinga l’America e i suoi alleati a prendere seri provvedimenti contro Teheran.Il vincitore nella disputa sugli insediamenti è Netanyahu

Tobia Zevi: noi ebrei e la destra

Su Repubblica di ieri, Mario Pirani punta il dito su qualcosa che dovrebbe interessarci. Egli sottolinea come Silvio Berlusconi, dovendo fronteggiare la pesante contrapposizione con Gianfranco Fini, è in cerca di nuovi alleati. Cespugli, partitini regionali, scissionisti di micro-partiti. Il problema è che tra questi nuovi compagni di strada c’è la «Destra» guidata da Francesco Storace, movimento che si richiama esplicitamente ai valori del fascismo e che era stato bandito dal centro-destra proprio per volontà di Fini (com’è noto, in politica gli ex-amici sono i peggiori dei nemici).
É o non è preoccupante che il presidente del Consiglio accolga benevolmente, addirittura entusiasticamente, i camerati storaciani nella sua nuova maggioranza? Personalmente ritengo di sì. Anzi, penso che si tratti di una spia decisiva per comprendere il degrado della vita pubblica italiana: tutti presi dalla caccia al parlamentare in più, tutti impegnati a preparare la «madre di tutte le battaglie», cioè le elezioni anticipate, i politici del centro-destra non hanno tempo per leggere i blog che fanno riferimento alla Destra («negri, froci, giudei» eccetera eccetera), o per ascoltare i discorsi ardimentosi dei militanti. Mentre in Svezia il partito conservatore preferisce varare un governo di minoranza piuttosto che includere le forze razziste e xenofobe, e altrettanto, per esempio, accade in Germania e in Francia, qui da noi nessuno si scompone. Può essere che nessuno abbia niente da dire, ma l’impressione è che non ci sia stata nessuna riflessione in tal senso.
Infine, che fanno gli ebrei italiani? Apparentemente, aspettano di vedere il corso degli eventi. Mentre due anni fa dichiararono esplicitamente che Alemanno non avrebbe dovuto schierarsi al ballottaggio con Storace (il che poi è sostanzialmente avvenuto), oggi non si levano voci di protesta. Può essere che si tratti di un atteggiamento di prudenza, dovuto alla situazione politica mutevole. Può essere anche questione di un metodo che preferisce trattative riservate alle dichiarazioni pubbliche, spesso assai meno efficaci. Ma può trattarsi anche di una questione culturale, che ci interroga come ebrei della Diaspora: a un amico di Israele (così è percepito Berlusconi dalla maggioranza degli ebrei italiani) si perdona tutto. Pure avere frequentazioni politiche quantomeno discutibili.
Noi e la Destra

NAVE EBRAICA AD ASHDOD, AL VIA DEPORTAZIONI: si vergogni questa destra

Gaza, 28 settembre 2010, Nena News – Si e’ concluso come molti aveva previsto il tentativo della nave ebraica “Irene” di raggiungere Gaza city e di portare aiuti e solidarieta’ politica alla popolazione palestinese sotto un duro embargo israeliano. L’imbarcazione, piccola e a vela, e’ stata abbordata dalla Marina militare israeliana e portata al porto di Ashdod. In precedenza una unita’ da guerra aveva intimato alla nave pacifista di cambiare rotta ma passeggeri ed equipaggio hanno deciso di continuare il loro tragitto.Un portavoce militare israeliano ha detto che  l’abbordaggio dell’Irene e’ avvenuto in modo pacifico e che non si sono registrati problemi a bordo e atti di resistenza attiva da parte dei passeggeri, in tutto dieci. La portavoce della spedizione pacifista contro il blocco di Gaza, Miri Weingarten, tuttavia non ha potuto confermare la versione delle forze armate israeliane. “Non abbiamo piu’ avuto notizie da coloro che sono a bordo dell’Irene – ha detto Weingarten a Nena News – i telefoni cellulari e satellitari sono stati sequestrati e spenti. Sappiamo solo che i soldati hanno ammanettato tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggi. Non abbiamo altre informazioni”.Questo pomeriggio la professoressa Nurit Peled Elhanan, nota pacifista israeliana e moglie di uno dei passeggeri, Rami Elhanan (la coppia ha perduto una figlia nel 1997 in un attentato suicida palestinese) ha riferito a Nena News che i passeggeri con cittadinanza israeliana sono detenuti nel carcere di Ashdod e dovrebbero essere liberati entro questa sera. Gli altri con cittadinanza straniera, portati in una prigione a Holon, verranno deportati al piu’ presto. Verranno imbarcati su aeroplani diretti verso i paesi di provenienza.Richard Kuper dei “Jews for Justice for Palestinians”, uno dei promotori della nave ebraica, ha dichiarato che l’azione  israeliana dimostra “che il governo Netanyahu non vuole la pace.  La sorte subita da questa barca simboleggia il destino delle speranze di pace in questa regione”. Kuper  ha chiesto il sostegno della comunita’ internazionale in favore della nave “Irene” e del messaggio di protesta di cui è portatrice. Lo scorso 31 maggio sei navi della Freedom Flotilla dirette a Gaza vennero bloccate in acque internazionali dalla Marina militare israeliana. In quell’occasione commando israeliani uccisero nove passeggeri della nave turca «Mavi Marmara» scatenando una grave crisi internazionale e una bufera nelle relazioni tra Tel Aviv e Ankara. Dopo qualche giorno venne fermata, stavolta senza uso della forza, la nave “Rachel Corrie” ugualmente diretta a Gaza. L’”Irene” partita domenica dal porto nordcipriota di Famagosta, era stata circondata questa mattina da unita’ da guerra israeliane a circa 30 km dalla Striscia di Gaza. Ad attenderla a Gaza city c’era l’Ong palestinese «Gaza Community Mental Health Programme», diretta dal dottor Eyad Sarraj. Tra i passeggeri, una decina in tutto, vi sono anche un sopravvissuto all’Olocausto, Reuven Moshkovitz, di 82 anni, e Carole Angier stimata biografa di Primo Levi. A «guidare» il gruppo pacifista ebraico è statoYonatan Shapira, un ex pilota di elicotteri dell’aviazione israeliana nonché uno dei refusenik più noti. Prima della partenza i partecipanti hanno spiegato che uno degli obiettivi della missione pacifista e’ quello di dimostrare che non tutti gli ebrei e gli israeliani condividono la politica del governo israeliano

Commento: Il golem rovesciato di questa Israele  divora i suoi figli e celebra il 7 ottobre la definitiva alleanza con l'antisionismo e il nuovo vitello d'oro dai frutti nefasti e perversi


http://www.nena-news.com/?p=3778
ecco chi c'era a bordo dell'"Irene" per portare aiuti a gaza.
reuven moskovitz, internato in campo di concentramento


2  yoni shapira, pilota di elicotteri d'assalto, pluridecorato, dichiarato "eroe d'israele"

3rami elhanan, padre di una ragazza uccisa in un attentato

lunedì 27 settembre 2010

Ong: Betselem «6371 morti palestinesi, 1083 israeliani»in 10 anni

TEL AVIV (27 settembre) - Soluzione negoziata, o ricorso alla violenza? Nel decimo anniversario dell'inizio dell'Intifada (rivolta armata) di al-Aqsa (seguita al fallimento del vertice israelo-palestinese di Camp David), israeliani e palestinesi sono di nuovo alla ricerca di una formula che consenta di raggiungere una soluzione negoziata del conflitto.  6.371 palestinesi e 1.083 israeliani morti. Dal settembre 2000 a oggi, secondo le cifre pubblicate oggi dalla Ong israeliana Betzelem, 6.371 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle forze di sicurezza israeliane. Circa la metà di essi, al momento della morte, non erano coinvolti in attività violente. Le vittime di “esecuzioni mirate” sono state 240. Gli israeliani uccisi in attentati o dal fuoco palestinese sono stati 1.083, 741 dei quali civili. Betzelem calcola inoltre che nell'agosto 2010 erano detenuti in Israele 6.011 palestinesi per attività legate all'intifada. Israele, da parte sua, ha un prigioniero a Gaza: il caporale Ghilad Shalit, caduto nelle mani di Hamas nel giugno 2006.Lo Shin Bet (servizio di sicurezza interno) stabilisce invece che i morti israeliani (fino alla fine del 2009) sono stati 1.178: 44 nei primi mesi di intifada, poi 207 (2001), 452 (2002), 208 (2003), 117 (2004), 56 (2005), 30 (2006), 13 (2007), 36 (2008), 15 (2009).Periodi storici con più vittime. Se per gli israeliani gli “anni di piombo” sono stati fra il 2000-2003 (anno in cui, con il completamento del primo tronco della Barriera di sicurezza, gli attentati hanno cominciato a calare) i palestinesi hanno pagato un duro prezzo di sangue sia nei primi anni di rivolta e sia nelle settimane comprese fra il 27.12.2008 e il 18.1.2009 (Operazione Piombo Fuso) quando nella sola Gaza si registrarono secondo Betzelem 1.390 vittimeEventi fisici più evidenti. Sul terreno gli eventi fisici più evidenti di questi dieci anni sono la costruzione della Barriera di sicurezza e l'isolamento della striscia di Gaza. Israele, spiega Betzelem, ha completato la costruzione di 413 chilometri, e altri 73 sono in fase di lavorazione. Per il completamento del lavoro ne restano altri 223, fra la Cisgiordania meridionale e il Neghev. Complessivamente la Barriera ha sconvolto la vita di 411 mila palestinesi, 225 mila dei quali abitanti a Gerusalemme est.
«Sia i civili israeliani sia quelli palestinesi hanno pagato un prezzo terribile per via del conflitto»nota Jessica Montel, la direttrice di Betselem. «Alla fine di questo decennio speriamo si apra un nuovo capitolo in cui ambo le parti facciano tutto il possibile per far fronte ai rispettivi obblighi e proteggere i civili dalle ripercussioni delle ostilità ». Un monito particolarmente severo al premier israeliano Benyamin Netanyahu e al presidente Abu Mazen, mentre sono impegnati a verificare se sia possibile portare avanti il processo di pace, nell'intento di raggiungere un accordo quadro entro un annoDieci anni di Intifada, Ong Betzelem: «6371 morti palestinesi ...

Carlo Strenger :La lezione di Ahmadinejad per il mondo libero



Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Mahmoud Ahmadinejad ha affermato che la teoria che il Stati Uniti abbiano architettato gli attacchi dell’11 settembre deve essere studiata seriamente, e ha annunciato una conferenza l’11 settembre dell’anno prossimo in Iran. La delegazione degli Stati Uniti è uscita e questo è apparso davvero come l’unico modo appropriato di trattare un uomo che nega sistematicamente l’Olocausto e fa il venditore ambulante di teorie complottiste sull’11 settembre.Ritengo che ancora una volta dovremmo essere grati al signor Ahmadinejad per averci dato la possibilità di riflettere su ciò che il mondo libero deve fare per contrastare il tipo di distorsione della verità che egli rappresenta.Mentre Ahmadinejad è un manipolatore totalitario nella tradizione di Goebbels , Stalin e Mao , dobbiamo renderci conto che la sua distorsione della verità è il riflesso di un fenomeno universale. Molti di noi sono orgogliosi delle istituzioni che tutelano la verità e la ricerca della verità nel mondo libero, e questo può farci trascurare il fatto che non va tutto bene sul fronte occidentale.Quasi un quinto degli americani e più di un terzo dei repubblicani sono convinti che Obama sia un musulmano, e più del 40 per cento dei repubblicani credono che egli non sia nato in America. Nessuna prova gli può convincere del contrario. Hanno accesso a tutti i documenti, a tutte le  analisi più recenti,  e ancora si attaccano a delle falsità. Susan Jacoby ha dimostrato, con deprimente dettaglio, quanto poco sappia l’americano  medio e quale sia il premio della sua ignoranza. Meno di un terzo degli americani è in grado di trovare l’ Iraq su una carta geografica, e più del 70 per cento ritiene che non hai bisogno di sapere nulla di più di quello che già sappia per formarsi un’opinione su come bisogna agire verso un paese.Le convinzioni sono più importante della conoscenza , la fede più della verità.La Psicologia esistenziale ha coerentemente dimostrato che il bisogno degli esseri umani  di “una visione del mondo” che dia un significato alla loro vita è schiacciante. Questo bisogno è così forte che gli esseri umani sono disposti a sacrificare la loro vita per difendere il sistema di significati che gli da un senso valoriale. Non sorprende quindi che la capacità di adattare le nostre convinzioni per soddisfare la nostra visione del mondo sia potente in tutte le culture : se i repubblicani americani ignorano le prove per mantenere la loro convinzione che Obama sia un presidente illegittimo, rinnegano i valori liberali, la distorsione della verità non è una materia che può essere limitata al mondo islamico – o repubblicani degli Stati Uniti. dati sulle credenze prevalenti circa l’11 settembre presentano lo stesso schema. Più forte è il sentimento negativo nei confronti di una nazione quali Stati Uniti e Israele, più alta la probabilità che l’11 settembre è attribuito a una di loro. Il 30 per cento dei messicani a cui è stato chiesto attribuiscono le responsabilità per l’11 settembre agli Stati Uniti e più del 43 per cento degli egiziani pensano che ci sia dietro IsraeleSe la vostra visione del mondo vi dice che gli Stati Uniti sono una potenza aggressiva che cerca di dominare il mondo e vittimizza i suoi avversari , è molto più probabile che attribuiate l’11 settembre agli Stati Uniti , più si è convinti di una dominazione ebraica del mondo e dell’illeggitimità  dello Stato di Israele , tanto più è probabile che si attribuisca la responsabilità dell’11 settembre a Israele.Israele non è affatto immune dal meccanismo della distorsione della verità, e in tutti i campi è caduta nelle sua trappola. La continua convinzione che rivendica come un dato di fatto che gli arabi non accetteranno mai l’esistenza di Israele . L’ iniziativa di pace araba spiegata semplicemente come una manovra , senza prendere in considerazione  i sondaggi che mostrano che la maggior parte palestinesi sia favorevole ad una soluzione a due stati. La sinistra nel 1990 ha costantemente ignorato l’avvertimenti che all’epoca i palestinesi non avevano rinunciato al diritto di ritorno e che non vi erano istituzioni valide in grado di fondare uno Stato palestinese. In tutti i campi sono stati venduti degli slogan; pochi che corrispondessero alla verità.Cosa può fare il mondo libero  per contrastare questa pericolosa tendenza della mente a piegare la verità al servizio dell’ideologia ? Le nostre democrazie possono essere meno vulnerabili alla distorsione della verità di quanto non lo siano  teocrazie come l’Iran, ma sono tutt’altro che immuni. L’ intera arte della consulenza nelle campagne politiche si basa sul presupposto che gli elettori devono essere manipolati. La verità non fa ottenere i voti;bensì toccare i tasti giusti tasti emotivi .La prima conclusione è che le democrazie del mondo libero devono essere molto più vigili nel proteggere il loro impegno per la verità . L’esempio più recente è davvero sconcertantemente collegato al 11 settembre. Come è stato ampiamente documentato, l’ amministrazione Bush ha piegato molto attivamente la verità sul legame tra Saddam Hussein e l’11 settembre, e sul possesso dell’Iraq di armi di distruzione di massa per giustificarne l’invasioneNe consegue che il mondo libero deve riflettere molto di più su come proteggere la sfera pubblica dai detriti mentali. E’ necessario bilanciare con attenzione la tutela della libertà di espressione democratica , con alcune regole che costringano almeno i nostri politici e la nostra stampa ad aderire a standard di verità.La seconda conclusione è che il mondo libero ha un disperato bisogno di ripensare al suo sistema di istruzione. Se guardiamo la credenza che Obama sia un musulmano o la diffusione che hanno le teorie della cospirazione, vi è una diretta correlazione: il livello di istruzione è un buon predittore della capacità di fare uso critico dei dati disponibili e permettere alla propria mente di resistere alla manipolazione dell’indottrinamento.I dati indicano che la soglia più importante è tra il liceo e gli studi universitari. C’è una buona spiegazione per questo. Il sistema di istruzione fino alla scuola superiore è orientato verso l’acquisizione di competenze. Gli studi universitari si concentrano sulla valutazione delle informazioni in modo critico.Purtroppo, la maggior parte della popolazione non avrà accesso a una buona educazione universitaria. Quindi dobbiamo fare in modo che già al liceo, venga posta una grande attenzione sul pensiero critico. Se non facciamo questo, ci troveremo con società composte in gran parte da persone incapaci di prendere decisioni con cognizione per quanto riguarda la politica e quindi incapaci di cittadinanza attiva.
* Carlo Strenger è un filosofo e uno psicanalista israeliano. Insegna presso il dipartimento di psicologia dell’Università di Tel Aviv ed è membro del gruppo permanente di monitoraggio sul terrorismo della Federazione mondiale degli scienziati.
Tratto dal blog  "Guerre contro"La lezione di Ahmadinejad per il mondo libero