mercoledì 31 agosto 2011

Gad Lerner : buffoni, buffoni, buffoni


     Ecco in che mani siamo, e perchè corriamo il pericolo che la Banca Centrale Europea si stufi di comprare i nostri Titoli di Stato per evitare la bancarotta italiana. Escogitano provvedimenti demenziali al solo fine di evitare le tasse sui ricchi. Poi si rendono conto della loro stessa bestialità e li ritirano meno di due giorni dopo. L’annullamento della norma che scippava il riscatto della naja e degli studi universitari ai fini pensionistici, è solo l’ultima dimostrazione d’incompetenza di gente disperata, aggrappata disperatamente ai suoi privilegi. Cercheranno di sopravvivere fino al 2013? E’ il loro unico scopo. Ma non gli sarà facile. Nel frattempo, per colpa loro rischiamo grosso tutti quanti.

Israele : in previsione della discussione all'Onu per l'indipendenza palestinese, L'IDF arma i coloni


 In previsione della discussione all'Onu per l'indipendenza palestinese, Tel Aviv arma i coloni
Se vuoi la pace, prepara la guerra, raccomandava Vegezio. Il quale deve essere un riferimento bibliografico dell'esercito israeliano, visto che in previsione della discussione alle Nazioni Unite - il 20 settembre prossimo - della risoluzione sulla nasciata dello Stato palestinese si cautela. Da cosa? Dai moti palestinesi. Come? Armando fino ai denti la parte più aggressiva della sua società: i coloni.  Il piano si chiama Operation Summer Seeds, Semi d'Estate, e comporta l'addestramento a tecniche di controinsurrezione per i coloni. Lo ha rivelato il quotidiano israeliano Ha'aretz, rendendo pubblico un documento riservato del ministero della Difesa. Nel testo si ipotizza il voto favorevole dell'Assemblea generale dell'Onu al riconoscimento dello Stato di Palestina. Secondo gli analisti israeliani questo potrebbe causare ''disordini di massa'', con manifestazioni presso ''snodi stradali, comunità israeliane e centri di istruzione, tentativi di danneggiare i simboli del governo israeliano o sparatorie o anche atti terroristici, ma in ogni scenario - assicura il documento - il livello di preparazione è alto per fronteggiare incidenti lungo le barriere confini israeliani''.Secondo il ministero della Difesa, i coloni sono i bersagli più esposti e vanno aiutati a proteggersi. Come? Oltre alle tecniche di guerriglia, anche con una fornitura a spese dei contribuenti israeliani di gas, granate assordanti e tutto un armamentario che in tutti i paesi civili è monopolio assoluto della polizia e dell'esercito. Invece in Israele verranno forniti ai coloni. Ma chi sono i coloni? Si tratta di integralisti religiosi, che non hanno mai accettato la divisione della Palestina storica. Fossero palestinesi, li chiamerebbero terroristi. Gruppi integralisti, che dopo il 1967 hanno occupato e continuano ad occupare terre che per le Nazioni Unite sono dei palestinesi. Erano anche a Gaza, fino a quando l'allora premier Ariel Sharon, nel 2005, non ne decise lo sgombero per motivi tattici. Restano su gran parte della Cisgiordania, dove secondo non meglio precisati riferimenti biblici ritengono di essere depositari di una missione divina.
Tutta la comunità internazionale, anche gli Usa, condannano le occupazioni dei coloni. Il governo israeliano, che li condanna solo a parole, ma li strumentalizza, li utilizza come un fronte avanzato. Da sempre. E ancora oggi. In due basi militari, quella di Shiloh e quella di Lachish, l'esercito ha riunito i 'responsabili della sicurezza' delle colonie illegali. L'allerta scatterà il 19 settembre. Vegezio sarebbe soddisfatto.Christian Elia

Gerusalemme Est:Israele sfratta poliziotti arabi residenti in abitazioni "illegali"

Gli ufficiali di polizia arabi e beduini, residenti in abitazioni senza permesso di costruzione in Israele, devono essere cacciati dalle loro case. Questo l’ordine impartito dal dipartimento legale della polizia israeliana, in risposta alla richiesta di un’organizzazione no profit israeliana.
Regavim, organizzazione non governativa che nel proprio statuto ha posto come suo primo obiettivo “la preservazione del demanio pubblico”, aveva inviato una lettera al capo della polizia chiedendo che sette poliziotti arabi e beduini venissero cacciati dalle loro abitazioni a Gerusalemme Est e nel Sud di Israele perché costruite senza il necessario permesso.
 La protesta dell’organizzazione israeliana è stata la risposta ad un precedente caso: ad un ufficiale di polizia israeliano residente nell’avamposto illegale di Migron è stato ordinato di abbandonare la propria casa insieme alla famiglia, pena il licenziamento dalla polizia. “Non è possibile – si legge nella lettera di Regavim alla polizia israeliana –  accettare due diversi standard di comportamento: la stessa persona, che si occupa di far rispettare la legge durante il giorno, la viola di notte tornando in un’abitazione illegale. Niente mina di più la fiducia della gente nella giustizia, per questo lodiamo il vostro impegno a chiedere in maniera inequivocabile ai membri della polizia che vivono in tali abitazioni di scegliere tra il proseguimento del servizio e la loro casa illegale”.

Di seguito, Regavim ha riportato i dettagli riguardanti i nomi e gli indirizzi di quattro ufficiali beduini e di tre arabi residenti a Gerusalemme Est. E ha così ricevuto la risposta dell’avvocato della polizia israeliana, Shaul Gordon: “I funzionari di polizia sono obbligati a difendere e applicare la legge. Non c’è dubbio che i poliziotti non possono vivere in quartieri considerati illegali, in abitazioni contro le quali sono stati emessi ordini di demolizione. Ad ogni ufficiale residente in tali strutture è richiesto di lasciare la propria casa”.

Insomma, i sette poliziotti devono abbandonare le proprie case. Dopotutto, come spiega Regavim, anche all’ufficiale israeliano di Migron è stato imposto di trasferirsi. Ma le differenze non possono essere taciute. Nel secondo caso si tratta di un insediamento considerato illegale sia dalla legge israeliana che da quella internazionale. Totalmente diversa la situazione vissuta a Gerusalemme Est e in Israele dagli arabi che necessitano di un tetto sulla testa e si vedono costantemente negati i permessi di costruzione. Costruire una nuova abitazione per una famiglia palestinese in territorio israeliano è un’impresa quasi impossibile. Si potrà parlare di uguaglianza di trattamento solo quando palestinesi e israeliani avranno identici diritti.

Costruire senza un permesso legale è l’unica possibilità per le famiglie palestinesi: secondo le informazioni fornite dalle Nazioni Unite, le domande per ottenere un permesso a costruire richiedono anni e nella stragrande maggioranza dei casi non sono accolte dalle autorità israeliana. Un esempio: a Gerusalemme Est sono in media un centinaio l’anno i permessi accordati, su una popolazione palestinese di 208mila persone (dati Palestinian Central Bureau of Statistics). Di conseguenza, sono 60mila i palestinesi che vivono sotto la minaccia di vedersi demolita la propria casa. Ma alternative, in queste condizioni, non ce ne sono.


Secondo le Nazioni Unite, le demolizioni compiute a Gerusalemme Est rappresentano una grave violazione del diritto internazionale e sollevano forti preoccupazioni dal punto di vista umanitario.Diverse organizzazioni non governative hanno messo sotto accusa la politica israeliana, il cui fine sarebbe la “ebraizzazione” di Gerualemme Est, la parte palestinese della città santa occupata dallo Stato ebraico nel corso della guerra del 1967.Alle affermazioni di Israele – secondo cui vengono abbattuti solo gli edifici costruiti senza autorizzazione – i palestinesi rispondono ricordando che è di fatto impossibile ottenere i permessi edilizi da parte delle autorità cittadine.Solo negli ultimi cinque anni – afferma l’ong israelianaB'Tselem – Tel Aviv ha demolito 420 case palestinesi.




Gli insulti su un forum politico sono perseguibili come diffamazione: la sentenza della Cassazione

  La notizia non porterà alcun cambiamento nelle abitudini e nello stile dei lettori e dei commentatori di PolisBog, che non sono avvezzi ad utilizzare insulti ed improperi contro autori, politici e organizzazioni internazionali. Rimane comunque interessante, solo per cultura personale, leggere quanto stabilito dalla Cassazione in merito alla diffamazione compiuta attraverso i commenti e le opinioni espresse via web.
Sarebbe stato dunque chiarito che chi
si connette a Internet tramite il PC di casa e partecipa ad un forum politico su web inveendo e diffamando un soggetto e la sua famiglia commette diffamazione e il codice numerico IP cui è associato attraverso il gestore della linea telefonicane è prova schiacciante, cui si aggiunge il nickname utilizzato. La Cassazione (sentenza 8824/11) ha stabilito la responsabilità penale per diffamazione a carico di un soggetto operante su un forum web identificato mediante il numero IP del suo computer. Non esisterebbero dunque attenuanti per chi utilizza il web (o, magari, un blog) per insultare e diffamare politici, amministratori, autori e altri utenti.Non opera nemmeno l’esimente dell’esercizio del diritto di critica politica dal momento che le espressioni offensive consistono non già in un dissenso motivato, espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale dell’avversario e del contraddittore.
La Cassazione, nel caso ve ne fosse bisogno, ribadisce dunque che il dissenso politico, anche sul web, può essere motivato e articolato ma non deve degenerare  nell'insulto
www.polisblog.it
http://www3.lastampa.it/i-tuoi-dirit...o/lstp/392750/

Hebron, "Stato di Palestina? Sì, ma in Texas"

BAHAI: BASTA DISCRIMINAZIONI VERSO I NOSTRI STUDENTI IN IRAN

Roma, 31 agosto 2011, Nena News – In una lettera aperta al Ministro dell’istruzione iraniano, la Baha’i International Community chiede di mettere fine alle «pratiche ingiuste e oppressive» che escludono dall’università i giovani baha’i e altri giovani iraniani.
«Questa lettera afferma che ogni persona ha il dovere di istruirsi per poter offrire i propri talenti e competenze al miglioramento della società», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.«Privare un giovane dell’istruzione è un atto riprovevole e contrario atutte le norme legali, religiose, morali e umanitarie. Nessun governo può negare ai propri cittadini questo diritto fondamentale e sacrosanto».
La lettera di cinque pagine, indirizzata a Kamran Daneshjoo, il Ministro iraniano della scienza, della ricerca e della tecnologia, racconta la storia della trentennale, sistematica campagna iraniana per negare gli studi superiori ai giovani baha’i e il tentativo di bandire un’organizzazione comunitaria informale, nota come Istituto baha’i di studi superiori (BIHE), che dà lezioni ai giovani baha’i avvalendosi del servizio volontario di ex professori allontanati dall’università. Notizie di stampa dall’Iran hanno recentemente annunciato che il BIHE è stato dichiarato fuori legge. «Come mai il governo impedisce a una popolazione di giovani cittadini di proseguire gli studi superiori e poi, quando le loro famiglie, aiutandosi reciprocamente, si organizzano in privato per portarli nelle proprie case e farli studiare materie come la fisica e la biologia, dice che questa attività è “illegale” citando leggi che di fatto intendono guidare il funzionamento delle istituzioni scolastiche che servono il pubblico?», chiede la lettera aperta. «Perché il governo è così spietato davanti al desiderio dei giovani baha’i di proseguire gli studi superiori? Anche i professori delle vostre università chiedono ai loro studenti di mostrare la stessa dedizione agli studi».
La politica ufficiale del governo
La lettera elenca le varie strategie adottate dalle autorità iraniane nel corso degli anni per attuare una politica governativa ufficiale che intende escludere i giovani baha’i dalle università. I baha’i sostengono gli esami di ammissione all’università, «solo per scoprire che sono stati squalificati in base a pretese speciose che le domande erano “incomplete”. Le università si rifiutano di iscrivere molti di coloro che superano gli esami. E quei pochi che riescono a iscriversi perché nel momento della registrazione la loro religione non è notata, sono espulsi in seguito. In alcuni crudeli esempi particolari, l’espulsione è avvenuta solo poche settimane prima del completamento dei corsi di studio». «Ogni osservatore attento», prosegue la lettera, «vede chiaramente che la sola ragione per cui alcuni giovani baha’i sono stati ammessi alle vostre università è che queste azioni permettono ai funzionari del vostro governo di negare che voi proibite ai baha’i di iscriversi all’università, un’affermazione che è spudoratamente falsa».
Nuove tribolazioni
«E ora nuove tribolazioni hanno colpito i baha’i», prosegue la lettera, «che sono trattati con durezza negli interrogatori sulla loro partecipazione agli sforzi informali per educare i giovani. Le persone che collaborano con il programma educativo sono minacciate di essere arrestate. I genitori che ospitano le classi sono informati che, se la classe proseguirà, le loro case saranno espropriate. E gli studenti sono invitati a non frequentare le classi e informati che non potranno mai proseguire gli studi superiori finché non abbandoneranno la loro fede e non dichiareranno di essere musulmani». Eppure, fa notare la lettera, messi di fronte a questi fatti in ambito internazionale, i rappresentanti del governo iraniano sostengono che l’Iran non impedisce a nessuno di studiare per motivi religiosi.
«È deplorevole che i rappresentanti della Repubblica Islamica abbiano ripetutamente spacciato queste ovvie menzogne, diminuendo ulteriormente la credibilità del vostro governo. Quando la smetteranno i funzionari iraniani di dire una cosa ai baha’i e di dare contrastanti rassicurazioni in ambito internazionale?». Pur essendo stati esclusi dagli studi superiori e non avendo mai ottenuto nessun diploma ufficiale, molti studenti dell’Istituto baha’i di studi superiori si sono dimostrati così bravi che diverse università di altri paesi li hanno accettati per corsi post-laurea.
«Ciò che ha suscitato la profonda ammirazione dei professori e degli studenti per quei giovani che sono andati a studiare all’estero», dice la lettera, «è la determinazione che essi hanno dimostrato di voler ritornare in Iran dopo aver completato gli studi malgrado i numerosi ostacoli da affrontare e la loro disponibilità ad accettare ogni genere di difficoltà nel loro desiderio di contribuire al progresso del loro paese . . .». «Perché l’Iran non apprezza questa dedizione al miglioramento del paese?», chiede la Baha’i International Community.
La condanna del mondo
I recenti attacchi contro l’Istituto baha’i di educazione superiore hanno suscitato proteste in tutto il mondo. I raid di tre mesi fa nelle case del personale amministrativo e docente del BIHE e il successivo arresto di alcuni di loro sono stati condannati nel Parlamento del Brasile, del Canada e del Cile; biasimati da ministri e parlamentari in Austria, Germania, Irlanda, Nuova Zelanda e Stati Uniti; denunciati da dichiarazioni di eminenti cittadini in India e da educatori in Australia e nel Regno Unito e contestati da campagne di protesta inscenate da organizzazioni e persone, su Internet e nei campus universitari di tutti i continenti. La lettera inoltra cita molti esempi di funzionari governativi ai quali i baha’i si rivolgono per avere giustizia, compresi alcuni dipendenti del Ministero della scienza, della ricerca e della tecnologia, che simpatizzano con loro, ma dicono di avere le mani legate da ordini superiori.
«Con questa lettera, ci uniamo a tutte le persone di buona volontà del mondo che fanno sentire la propria protesta», conclude Bani Dugal. «Diciamo al governo iraniano che è ora che questa ingiustizia e questa oppressione abbiano fine». Nena News
Per accedere alla lettera in inglese si vada a:
http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/848_BICLetter_English.pdf
Per accedere alla lettera in persiano si vada a:
http://news.bahai.org/sites/news.bahai.org/files/documentlibrary/848_BICletter_Persian.pdf

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martedì 30 agosto 2011

Moni Ovadia :Canto del popolo ebraico massacrato..




Commento:  e c'è chi afferma che Moni è un negazionista ecc..  un conto è la critica, un conto la diffamazione. Considero tutto ciò indegno
vedere   qui

Moni Ovadia : il dovere di ricordare la Shoah

Usa, la lobby degli islamofobi .Opinionisti, accademici, bloggers: la rete anti-islamica d'America riceve 42 milioni di dollari per diffondere stereotipi, odio, discriminazione


Opinionisti, accademici, bloggers: la rete anti-islamica d'America 
riceve 42 milioni di dollari per diffondere stereotipi, odio, discriminazione

Paura Spa: le radici del network islamofobico in America. Dopo sei mesi di indagini nelle pieghe di blog, think tank, fondazioni, organizzazioni disseminate su tutto il territorio statunitense, il 'Center for American Progress' ha pubblicato un saggio di 130 pagine nel quale vengono analizzate le centrali dell'odio anti-islamico, rintracciati finanaziatori e fondi e individuati i legami e le influenze tra queste e la politica estera e interna americana.
I ricercatori - Wajahat Ali, Eli Clifton, Matt Duss, Lee Fang, Scott Keyes e Faiz Shakir - delineano la geografia della propaganda anti-islamica che dal 2001 al 2009 è stata finanziata dalle 'sette sorelle': Donors Capital Fund, Richard Mellon Scaife Foundation, Newton D. & Rocehelle F. becker foundations and charitable trust, Russel Berrie Foundation, Anchorage charitable Fund and William Rosenwald Family Fund, Fairbrook Foundation. Insieme, questi gruppi 'caritatevoli' hanno foraggiato con 42,6 milioni di dollari tanto esperti e accademici di think tank quanto gruppi e istituti nei quali lavorano 'pensatori' e opinionisti americani. Tra questi, il più agguerrito è l'Investigative Project on Terrorism di Steve Emerson, ex giornalista free-lance ed 'esperto' di anti-terrorismo, che a partire dalla metà degli anni '90 introdusse lo spettro dei terroristi islamici attivi sul suolo americano. Commentatore frequente di FoxNews e Msnbc, Emerson è stato invitato più volte a testimoniare in Congresso sulle minacce del terrorismo islamico negli Usa. Oppure il David Horowitz Freedom Center, il Jihad Watch, l'American Congress for Truth, la Bradley Foundation, il Center for Security Policy (Csp).
I finanziamenti scorrono a fiumi nelle tasche di cinque esperti-chiave, dei quali riportiamo alcune citazioni tratte dal sito internet 'Truth Out': Frank Gaffney (Csp), "Una moschea utilizzata per promuovere un piano sedizioso come la Sharia non è un luogo che bisogna proteggere"; David Yerushalmi (Society of Americans for National Existence), "La civiltà musulmana è in guerra con quella giudaico-cristiana... i musulmani, quelli devoti all'Islam come lo conosciamo oggi, sono i nostri nemici"; Daniel Pipes (Middle East Forum), "Tutti gli immigrati portano con se' pratiche e costumi esotici, ma i costumi musulmani sono più problematici di tutti gli altri"; Robert Spencer (Jihad Watch), "L'Islam tradizionale non è moderato o pacifico. L'unica grande religione che sviluppa una dottrina e una tradizione di guerra contro gli infedeli"; Steven Emerson (Ipt), "Una delle grandi religioni del mondo prevede il genocidio come parte della dottrina".
Molti leader di queste organizzazioni sono particolarmente abili nell'arte di ricevere attenzione dai media americani, in particolar modo Fox News, le pagine dei commenti e degli editoriali di Wall Street Journal, Washington Times e una varietà di siti di destra, di radio e di blog.
Esperti di disinformazione come Frank Gaffney forniscono consulenze a organizzazioni come Act! For America e Eagle Forum, così come a gruppi religiosi. Atrraverso queste reti, con conferenze, su siti internet, show radiofonici, riescono a diffondere il loro messaggio e a raccogliere denaro che viene immesso nel circuito politico aiutando a sostenere rappresentanti al Congresso che propagandano eco allarmistiche e avvertimenti sulle possibili minacce islamiche.
Negli ultimi anni, questa rete islamofobica ha lavorato per diffondere falsità sulla possibile origine musulmana di Obama, per far passare l'immagine delle moschee come incubatrici della radicalizzazione, per sostenere la tesi che l'Islam estremista ha infiltrato ogni aspetto della società americana.
Alimentare ed esagerare la paura, l'odio, l'ostilità verso l'Islam e i musulmani con stereotipi pieni di pregiudizi ha contribuito alla discriminazione, alla marginalizzazione e all'esclusione dei musulmani dalla vita sociale, politica e civile.
Il risultato è che l'Islam è la religione vista in modo più negativo dagli americani. Solo il 37 percento di loro ha una opinione favorevole nei confronti del credo musulmano. E' la percentuale più bassa dal 2001, secondo un sondaggio Abc News/Washington Post. Il Time riporta invece che il 28 percento degli intervistati non ritiene che i musulmani dovrebbero essere eletti nella Corte suprema, e quasi un terzo del Paese crede che ai seguaci dell'Islam dovrebbe essere impedito di partecipare alla corsa per le presidenziali.

Luca Galassi

Cinzia Nachira :Antonio Cassese e la tragedia del popolo palestinese

Sulla Repubblica dell’8 agosto è stato pubblicato un lungo articolo di Antonio Cassese, il giudice che oggi presiede il tribunale speciale in Libano per l’assassinio nel 2005 dell’allora primo ministro Rafik Hariri. L’articolo analizza le possibilità e le conseguenze della richiesta di riconoscimento della Palestina come membro effettivo delle Nazioni Unite avanzata di recente dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
La tesi sostenuta da Cassese si fonda su quattro assunzioni:
1. La richiesta dell’Autorità palestinese di riconoscere lo «Stato della Palestina» come membro effettivo delle Nazioni Unite deve riguardare soltanto la Cisgiordania, che ha le condizioni per passare dallo status di «entità» a quello di «Stato»;
2. Tale richiesta dovrebbe essere l’ennesimo tentativo di indurre Israele ad aprire un tavolo negoziale attendibile;
3. Anche se la richiesta dovesse cadere nel nulla -- gli Stati Uniti potrebbero usare il loro diritto di veto per contrastare una decisione non gradita a Israele -- il prestigio di Mahmud Abbas e dall’Autorità palestinese aumenteranno, sia pure nell’ipotesi che soltanto alcuni Stati membri delle Nazioni Unite si schierassero a favore della Cisgiordania come Stato palestinese;
4. Questo potrà accadere se Mahmud Abbas sarà disponibile ad abbandonare al suo destino la Striscia di Gaza, in quanto «governo di fatto» del movimento Hamas.
L’insieme di queste tesi è discutibile e in larga parte da respingere perché cariche di abbagli e di contraddizioni di fatto. L’abbaglio più grave è assumere che lo Stato palestinese sia territorialmente limitato alla Cisgiordania e, fatto ancora più grave, ignorare che il popolo palestinese è diviso, non per sua scelta ma per «occupazione bellica», tra la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme est e gran parte dei territori occupati dallo Stato di Israele, senza tacere dei milioni di profughi palestinesi tuttora in esilio. Peraltro, come ammette sbadatamente lo stesso Cassese, l’Autorità palestinese dispone soltanto del controllo della popolazione che abita in Cisgiordania, ma non certo del territorio che è in larga parte illegalmente colonizzato da oltre mezzo milione di coloni ebreo-israeliani. Il vero, gravissimo ostacolo a qualsivoglia progetto negoziale sono appunto le colonie ebraiche e, con esse, gli oltre cento check-points che sono controllati dall’esercito israeliano e che impediscono la circolazione dei palestinesi anche all’interno della Cisgiordania. E non andrebbe dimenticato il Muro di separazione unilaterale che Israele continua a costruire dal 2002, incurante del parere che nel luglio 2004 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha emesso dichiarandolo “contrario al diritto internazionale”. Tutto questo viene incredibilmente taciuto dall’autorevole giurista Antonio Cassese.
L’Autorità palestinese ha potuto sviluppare a partire dal 1994, anno della sua istituzione, una parvenza di amministrazione statale grazie agli aiuti internazionali. Ma non sono state create le condizioni per poter costruire un’economia vitale e indipendente. Un esempio concreto è rappresentato dalle barriere doganali che non esistono o, meglio, coincidono con quelle israeliane presso i porti delle città israeliane o all’aeroporto di Tel Aviv. Lo Stato di Israele, quindi, controlla le importazioni e le esportazioni da e per la Cisgiordania mentre ammonta a milioni di dollari la somma che Israele trattiene nelle sue casse per ritorsione e che invece dovrebbe essere versata nelle casse dell’ANP. Questo non è uno Stato, direbbe Primo Levi, che già nel 1987 denunciava la cecità della direzione politica israeliana relativamente al concetto di «pace in cambio di territori». A partire dal 1974 questa proposta è stata ripetuta più volte dalle autorità palestinesi ed è stata sempre rifiutata dai governi israeliani.
Ma ciò che ancor più colpisce nelle analisi di Cassese è il giudizio sprezzante su Gaza e l’idea di come Mahmud Abbas dovrebbe «regolare» il conflitto interno che dal 2007 ha dato vita a due governi diversi a Gaza e in Cisgiordania. Le elezioni del gennaio 2006 furono vinte da Hamas non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Quelle elezioni furono attentamente monitorate da delegazioni internazionali, quella statunitense compresa, e nessun osservatore ebbe dubbi sulla trasparenza del processo elettorale. È certo che Hamas aveva ottenuto il consenso della maggioranza del popolo palestinese senza frodi e senza “furti”. Questo merita di essere sottolineato con vigore anche se si può ritenere che il governo di Hamas non sia il miglior governo possibile per la popolazione della Striscia di Gaza.
Ma non si può tacere che a partire dal 2007 la Striscia di Gaza è sottoposta ad un embargo strettissimo, decretato da Israele e avallato dalla cosiddetta comunità internazionale. L’alibi per questo assedio di tipo medievale è la decina di rudimentali razzi Qassam lanciati in territorio israeliano da parte di Hamas nell’arco di una decina di anni e che non hanno provocato più di una decina di vittime israeliane.
La realtà è che si tratta di una punizione collettiva contro la popolazione civile di Gaza -- un milione e seicentomila persone -- per aver “votato male” nel gennaio 2006. Ma la vendetta israeliana non si limita all’embargo di ogni tipo di merci e di generi di prima necessità che ha già mietuto moltissime vittime. Tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 l’attacco militare deliberato dallo Stato di Israele -- l’operazione «Piombo fuso» -- ha provocato oltre 1400 vittime, in maggioranza civili inermi, che non avevano vie di fuga. Questa azione bellica non solo non ha determinato, come speravano gli israeliani, una rivolta della popolazione di Gaza contro Hamas, ma nel lungo periodo ne ha accresciuto il consenso. Inoltre, l’aggressione del 2008/2009 ha anche modificato la percezione dello Stato di Israele da parte dell’opinione pubblica mondiale che ne ha severamente criticato i bombardamenti indiscriminati.Tacendo su tutto questo e ignorando i cambiamenti in corso nel Maghreb e in Medio Oriente, Cassese sembra consigliare a Mahmud Abbas di interrompere il dialogo con Hamas iniziato nell’aprile scorso e che ha già portato a un primo accordo di massima circa un governo di unità nazionale. È difficile credere che Cassese ignori che questo dialogo è in corso e che esso risponde alla fondamentale richiesta dei giovani palestinesi che nei mesi scorsi hanno unito le loro proteste a quelle degli altri Paesi arabi in rivolta: la fine della divisione nazionale. Cassese con il suo ragionamento semplicistico segue le orme del più classico colonialismo, bianco e razzista: dire alle vittime ciò che devono fare per compiacere i propri carnefici e per ottenere una parvenza di indipendenza.  L’articolo di Cassese è insensato perché vorrebbe “ri-confezionare” una proposta inaccettabile per i palestinesi. In altre parole, vorrebbe che Mahmud Abbas abbandonasse il dialogo con Hamas per ottenere una finzione di Stato e dare soddisfazione completa delle pretese israeliane. Se ciò che auspica Cassese dovesse per caso verificarsi, senza dubbio Israele “cederebbe” alla richiesta palestinese del suo riconoscimento presso le Nazioni Unite. Ma è chiaro che anche qui Cassese si inganna. In primis, non si è accorto che Hamas, molto pragmaticamente, non si sta opponendo all’iniziativa dell’ANP. Per un verso, la posizione di Hamas si spiega con la difficoltà che avrebbe a sostenere l’opposizione ad una iniziativa che comunque è ben accetta dalla grande maggioranza dei palestinesi. Per un altro verso, la “neutralità” è l’ennesima dimostrazione che Hamas accetta l’esistenza di Israele: si tratta quindi di una smentita clamorosa della tesi sostenuta da Cassese secondo la quale Hamas sarebbe allineato sulle posizioni dell’Iran e della Siria e punterebbe alla distruzione di Israele.
L’iniziativa dell’ANP ha avuto delle ricadute inaspettate nella società israeliana. Nel luglio scorso sia a Gerusalemme, sia a Tel Aviv si sono svolte massicce manifestazioni: migliaia di persone, palestinesi ed ebrei insieme, reclamavano l’indipendenza per i palestinesi. Queste manifestazioni sono state importanti per due motivi. Anzitutto, chiedere l’indipendenza è cosa assai diversa dal rituale «due Stati per due popoli», poiché significa rimettere in discussione la divisione del territorio palestinese oggi del tutto condizionata dalla colonizzazione ebraica. In secondo luogo, queste manifestazioni non potranno che saldarsi con la protesta sociale che sta dilagando in Israele. Le rivendicazioni dei giovani israeliani hanno una richiesta di fondo: aumentare gli alloggi e ridurre il caro-affitti nelle maggiori città israeliane (Gerusalemme-Ovest, Tel Aviv e Haifa, anzitutto). La risposta del governo di estrema destra è stata la decisione di costruire centinaia di nuove unità abitative nelle colonie che soffocano Gerusalemme Est. Questa soluzione è decisamente avversata da coloro che presidiano giorno e notte da oltre un mese i quartieri centrali e periferici di Gerusalemme e di Tel Aviv. I giovani israeliani, oramai da lungo tempo, non intendono vivere nelle colonie, aspirando a una «normalità» che è loro negata dallo stato di guerra permanente imposto dalle scelte espansionistiche dei loro governi.Anche questi aspetti sono del tutto taciuti – forse ignorati ? -- da Antonio Cassese, che con disinvoltura costruisce i suoi ragionamenti solo ed esclusivamente sull’assunto che i palestinesi dovranno adeguarsi alle imposizioni israeliane e dei paesi occidentali. Cassese commette infine un errore ancora più grave nel sottovalutare, tacendolo, il ruolo che in questa fase hanno i cambiamenti politici in corso e che stanno ridisegnando il volto del Mediterraneo. A Cassese è sfuggito che gli Stati Uniti hanno abbandonato di fatto uno ad uno i dittatori arabi, dichiarandosi «al fianco» della Primavera araba. Questo potrebbe pesare sulle scelte statunitensi in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, spingendo l’amministrazione Obama a non avvalersi del diritto di veto. Ciò non significa sostenere che gli Stati Uniti intendano mettere in discussione l’alleanza strategica con Israele. E tuttavia, come già avvenuto altre volte nel recente passato, non sempre gli interessi statunitensi e quelli israeliani coincidono del tutto e quindi gli Stati Uniti fanno pressione perché Israele accetti le loro decisioni. E che l’amministrazione Obama sia entrata in “conflitto” con il governo estremista di Benyamin Netanyahu nel corso degli ultimi mesi è cosa nota. Inoltre, gli Stati Uniti hanno la necessità di «gestire» la nuova situazione mediorientale perché non sfugga loro di mano e questa «gestibilità» potrebbe anche passare attraverso la riuscita dell’iniziativa palestinese nell’ambito delle Nazioni Unite.
Non è possibile prevedere ciò che avverrà a settembre in sede di Assemblea Generale delle Nazioni Unite e ancor meno nel Consiglio di Sicurezza, ma c’è da sperare che i palestinesi non diano il minimo ascolto a idee come quelle di Antonio Cassese. Per il bene di tutti.

Video choc: il violento interrogatorio ad un 14enne palestinese

  Emma Mancini (Alternative Information Center)

I.T., quattordici anni, è seduto di fronte a soldati israeliani. È stanco, la testa penzola. “Tira su la testa!”, urla un militare, lo prende a schiaffi. È il contenuto di un video, visionato dal quotidiano inglese The Independent: l’interrogatorio in una caserma di un ragazzino palestinese.

Il video di sei ore mostra il ragazzo, sveglio da dodici ore, che non riesce a tenere gli occhi aperti: “Lasciatemi andare – dice ai soldati – Voglio solo dormire”. È stato arrestato alle due di notte, i soldati sono entrati nella sua casa con le pistole in mano e lo hanno strappato ai genitori. L’interrogatorio che segue è terribile: le urla dei soldati, gli schiaffi. il 14enne, esausto e spaventato, confuso, inizia ad accusare di crimini a caso gli uomini del suo villaggio, inventa storie inverosimili sperando di soddisfare i suoi aguzzini.

Un esempio di quello che accade spesso ai bambini palestinesi nelle caserme israeliane: accusati di aver lanciato sassi contro l’esercito, vengono arrestati e sottoposti a interrogatori brutali e disumani. Le autorità israeliane si difendono, dicendo che il trattamento dei minori detenuti dall’esercito è decisamente migliorato dopo la creazione di una corte militare minorile due anni fa. Ma le organizzazioni per i diritti umani non paiono dello stesso avviso: “I problemi cominciano ben prima che il bambino sia condotto di fronte alla corte – spiega Naomi Lano, attivista del No Legal Frontiers, gruppo israeliano che monitora le corti militari – Comincia con l’arresto. È durante l’interrogatorio che il destino del bambino è segnato”.

Infatti, dopo che la “confessione” strappata al bambino viene firmata, gli avvocati consigliano loro di dichiararsi colpevoli in ogni caso e arrivare ad un patteggiamento: l’obiettivo è evitare al bambino di restare in prigione fino alla fine del processo. Rarissime le assoluzioni, meglio arrivare ad un compromesso.

Sono circa 200 i bambini attualmente detenuti nelle carceri israeliane. generalmente vengono arrestati dopo manifestazioni nonviolente contro il Muro di Separazione e contro le colonie israeliane illegali, con l’accusa di aver lanciato pietre contro i soldati. Ma accade troppo spesso che l’esercito usi tale pretesto per arrestare minori palestinesi e costringere così famiglie e villaggi ad abbandonare la lotta contro l’occupazione. Una sorta di punizione collettiva e disumana contro la resistenza popolare palestinese.Secondo i dati forniti dall’associazione Defense for Children International Palestine, dal 2000 ad oggi sono stati 7mila i bambini palestinesi arrestati e detenuti nelle carceri militari israeliane. l’87% di loro ha subito violenze fisiche e psicologiche. Nel 62% dei casi, i bambini vengono arrestati tra mezzanotte e le cinque di notte. A seguire un interrogatorio lungo e stancante, troppo violento per un ragazzino sotto i 14 anni.

Esattamente quello che è accaduto a I.T., strappato dal suo letto di notte, ammanettato e bendato, privato di sonno e cibo per ore. Ed infine, costretto a firmare una deposizione in ebraico in cui confessa il crimine di cui è accusato. Il suo avvocato, la signora Lasky, ha raccontato che il video mostra chiaramente tutte le violazioni commesse dai soldati durante l’interrogatorio: nessuno dei militari presenti ha informato il ragazzo del diritto di non rispondere, né gli è stato permesso di vedere subito l’avvocato. Al contrario, i soldati hanno intimidito fisicamente e psicologicamente I.T., minacciandolo di non liberarlo fino a quando non avesse confessato. Dopo ore e ore di urla e schiaffi, il ragazzo è scoppiato in lacrime e ha accettato di rispondere, accusando alcuni degli uomini del suo villaggio di aver preso parte a proteste violente. In seguito, le persone indicate dal 14enne sono state arrestate. È questo uno dei principali obiettivi dell’esercito israeliano: costringere con la violenza i minori a incriminare parenti e amici, distruggendo così le basi della resistenza popolare palestinese.

Ad accusare le autorità di Tel Aviv di violazione dei diritti umani è l’associazione israeliana B’Tselem: “I diritti dei minori sono gravemente calpestati, la legge non sa proteggerli e quei pochi diritti garantiti non vengono rispettati”. Alcuni esempi: i minori non possono essere arrestati durante le notte e genitori e avvocati devono essere presenti durante l’interrogatorio. Inoltre, una specifica legge israeliana compie una grave discriminazione: i palestinesi sono considerati adulti a 16 anni, gli israeliani a 18

Israele si difende, ritenendo necessari tali comportamenti per fermare sul nascere la resistenza palestinese: attaccando i bambini, si spera di evitare la formazione di una nuova generazione di palestinesi coscienti e politicizzati, pronti a lottare contro l’occupazione. In alcuni casi, l’esercito riesce nell’obiettivo: dopo simili esperienze, molti minori rimangono traumatizzati e soffrono di disturbi seri: insonnia, incontinenza, perdita di concentrazione e attenzione.

Michael Warschawski :protesta sociale in Israele: è il tempo delle scelte

Meno di un anno fa l’intera regione araba, dalla Tunisia allo Yemen, è stata l’arena di una gigantesca e straordinaria sollevazione popolare per la libertà e la democrazia.Le ultra-decennali dittature di Hosni Mubarak e Zine el Abidine Ben Ali sono state spazzate via in poche settimane e la strada per nuove democrazie sembrava completamente spalancata. Non tutti i regimi della regione sono stati a rischio, ma non ci sono stati Paesi in cui non si siano sentiti gli effetti dei movimenti popolari all’interno o all’esterno dei loro confini. Eccetto uno: lo Stato di Israele.Israele sembra un’isola di stabilità in un mare di agitazioni e rivoluzioni e i suoi leader non esitano a vendere questa stabilità ai governi occidentali: “Per difendere i vostri interessi nell’area non potete fidarmi nemmeno dei più brutali dittatori che sostenete con denaro e armamenti; presto o tardi i movimenti popolari possono prendere piede e mettere a repentaglio tutto quello che avete investito in tali alleati”, dicono sostanzialmente i leader israeliani alle loro controparti occidentali. “Lo Stato di Israele è il vostro solo alleato stabile e affidabile”.
Eppure pochi mesi dopo la “stabilità di Israele” è stata sconvolta dalla più grande mobilitazione popolare del Paese mai vista. Secondo la stessa polizia, 350 mila donne e uomini hanno manifestato nelle principali città israeliane la notte di sabato 6 agosto; più del 10% dell’intera popolazione adulta israeliana. La manifestazione del 6 agosto è stata, finora, la più evidente in un mese si mobilitazioni, ma decisamente non la sua conclusione.

Abitazioni: una questione che brucia. Il movimento è iniziato intorno ad una singola questione: l’abitazione. Dopo decenni nei quali una coppia israeliana era in grado di avere un alloggio decente grazie ai prestiti garantiti dallo Stato, la nuova economia neoliberale lo ha reso praticamente impossibile: una giovane coppia con entrambi i partner che guadagnano un salario decente non può più acquistare un appartamento. Il taglio dei sussidi statali e dei prestiti a basso interesse, la privatizzazione delle terre elo smantellamento del sistema di edilizia pubblica ha reso quasi impossibile ad una giovane coppia ottenere un appartamento. Questa politica non ha colpito solamente i poveri, ma anche gran parte della classe media.  E infatti il movimento è nato come movimento della classe media e solo recentemente gli strati sociali più deboli sono entrati nel movimento, nelle principali città come nelle cosiddette periferie. Ricordiamo che secondo le statistiche della “Israeli National Insurance” il 30% dei bambini israeliani vive sotto la soglia di povertà e poco meno di un quarto della popolazione israeliana è considerate povera in un Paese più ricco della media dei paesi dell’Unione Europea.La sfida alle scelte neoliberiste. Ben presto, comunque, le domande riguardo la questione degli alloggi si sono sviluppate verso una sfida complessiva al sistema neoliberale in quanto tale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato uno dei leader mondiali più aggressivi nell’implementazione di un economia neoliberista; quando era ministro delle finanze (1998/99), l’economia di mercato era la sua religione, l’impresa privata e la “libera” concorrenza la sia sacra Bibbia. In pochi paesi il processo di privatizzazione e lo smantellamento del sistema di servizi e proprietà pubbliche è stato così brutale e completo. Oggi non resta quasi nulla del vecchio stato sociale (che qualcuno chiamava addirittura socialista) e persino il sistema educativo è stato gradualmente privatizzato. Il ritorno di Netanyahu come primo ministro ha segnato una nuova offensiva – ma questa volta, invece di attaccare frontalmente I poveri e la classe media, Netanyahu ha scelto un altro metodo: dare ai ricchi, soprattutto riducendo radicalmente le imposte sui redditi delle imprese e sulle rendite. Con Netanyahu la connessione “denaro-potere” è emersa in maniera evidente e provocatoria e l’amicizia personale tra lui, i suoi ministri e alti funzionari, da una parte, e I “tycoons” – come qui vengono chiamati gli oligarchi – dall’altra parte è quasi ogni giorno sulle prime pagine dei media locali.Gridando slogan come “giustizia sociale” e “contro le privatizzazioni – per il welfare”, i manifestanti portano una sfida al cuore della filosofia e della prassi politiche ed economiche di Netanyahu. La classe media israeliana percepisce il governo Netanyahu come “governo degli oligarchi” e con ragione: tutte le altre classi sociali sono lasciate indietro, non solo i poveri.

Nuovi strati sociali in movimento, dal centro alla periferia. Dopo un paio di settimane nuovi soggetti sociali hanno cominciato a partecipare alla lotta, quelli che vengono definiti “periferia di Israele”; periferia con un doppio significato: geografico, nel senso di abitare fuori dalle tre città principali (Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa), e sociale.Durante le prime settimane le classi più deboli non erano parte della mobilitazione e i portavoce del movimento insistevano nel definirsi come appartenenti alla classe media, come se questo fatto sociologico potesse garantire loro privilegi rispetto ai poveri. In più insistevano anche sul fatto di essere, diversamente dai poveri, "normative Israelis", chenel linguaggio israeliano significa pagare le tasse e fare il servizio militare come riservisti.Sabato 13 agosto decine di migliaia di israeliani della “periferia” sono scesi in strada, in particolare a Netanya e Beersheba, modificando in tal modo la natura di classe del movimento. Parallelamente due nuovi settori entravano nella mobilitazione: donne povere (specialmente ad Haifa) e la minoranza palestinese. In entrambi i casi sono state poste nuove richieste, specifiche di questi settori. Non significa nulla, per esempio, che i manifestanti arabi siano stati accolti favorevolmente da quelli ebrei: alcuni di loro spiegavano che “loro non hanno alcun problema con gli arabi, loro odiano i palestinesi (sic!)”.
 Il movimento. Nella sua prima fase il movimento di protesta ricordava le iniziative del Forum Sociale Mondiale nei primi anni di questo: nessun programma, nessuna leadership, nessun agenda comune al di fuori dei due slogan sovrautilizzati. Ognuna/o era il movimento e portava avanti le sua proprie preoccupazioni e richieste.La Rothschild Avenue a Tel Aviv, dove sono state piantate le prime tende, è diventata rapidamente un ampio forum di discussioni, scambi e dialogo, oltre a sede di attività culturali; artisti conosciuti portavano la loro solidarietà e il loro contributo alla mobilitazione.  I manifestanti insistevano di non essere “né di destra né di sinistra” e infatti molti elettori del Likud erano parte del movimento; insistevano anche sulla differenza tra un movimento “sociale” e un movimento “politico”, negando con forza di essere il loro un movimento “politico”. Nessuno può però negare che il movimento sta sfidando apertamente l’economia neoliberista e chiedendo un ritorno allo stato sociale. In questo senso rappresenta una rottura con il consenso politico di tutti i maggiori partiti israeliani - Likud, Kadima e le varie scissioni del Labour.La vera natura del movimento e dei suoi portavoce sarà rivelata quando dovranno rispondere alle domande già poste da Netanyahu e dal ministro delle Finanze – più soldi per gli alloggi, la sanità e l’educazione, ma dove prenderli? La questione è importante... e la risposta ovvia: dagli enormi budget per le colonie, dal bilancio della difesa, dalle esenzioni fiscali per le grandi imprese e le banche. C’è una grande quantità di denaro, ma la decisione è politica.

Le reazioni di Netanyahu. La prima reazione di Benjamin Netanyahu al movimento non ha sorpreso: “Il movimento è politicamente motivato e manipolato dalla sinistra”, ma presto i suoi più stretti consiglieri gli hanno fatto notare che se il movimento fosse la sinistra in Israele, la sinistra stessa rappresenterebbe la grande maggioranza degli elettori. Il primo ministro ha quindi cambiato i suoi argomenti, lamentando che la modifica delle priorità di bilancio avrebbe indebolito la sicurezza di Israele. Ehud Barak, dal suo attico in uno dei più cari edifici di Tel Aviv, è stato anche più netto: “Israele non è la Svizzera”, ha dichiarato il kibbutznik che è diventato milionario…Come al solito in Israele, la successiva risposta del governo è stata la costituzione di una commissione. Guidata dal professor Trachtenberg, il mandato della commissione è molto limitato e i suoi membri incapaci – e indisponibili, almeno la maggior parte di loro – a mettersi in relazione con le principali domande del movimento di protesta: la fine dell’economia neoliberista e il ritorno ad una qualche forma di regolamentazione del capitalismo. Nel migliore dei casi si limiteranno alla critica della concentrazione del capitale, denunceranno i “tycoons” e proporranno alcune misure per limitare il loro potere finanziario.
Il passo successivo dell’attuale governo di ultra-destra potrebbe essere stata suggerita da Ehud Barak: riscaldare la frontiera con un Paese vicino o anche provocare una seriedi attività terroristiche in Israele, sperando che la “sicurezza” rilanci un clima di unità nazionale contro una minaccia esterna. Non sarà la prima volta che un governo israeliano usa questa sporca strategia. Sembra però che l’opinione pubblica israeliana sia più smaliziata che in passato: quando il portavoce del governo recentemente ha sollevato la questione della sicurezza, la risposta dei dimostranti è stata “alloggi, formazione e salute sono la nostra sicurezza”, mostrando di essere attenti al vecchio trucco. Sarà sufficiente per impedire al governo di dare inizio ad una guerra? Nessuno può rispondere a questa domanda: la grande pubblicità data dalla destra israeliana alla visita del commerciante d’armi statunitense Glenn Beck e alle sue dichiarazioni razziste non è decisamente un buon segno.

Un programma alternativo complessivo. I manifestanti hanno reagito all’iniziativa del governo istituendo una propria commissione, composta da economisti progressisti, sociologi e attivisti sociali. Un gruppo molto eterogeneo, che comprende l’ex vice governatore della Banca d’Israele e per questo molti attivisti hanno espresso la loro contrarietà a questa commissione alternativa.

Tutti nel settore progressista dovrebbero concordare che qualsiasi alternativa dovrebbe comprendere:
-       un forte aumento dei bilanci per sanità, educazione e welfare;
-       l’applicazione delle leggi che riguardano l’edilizia pubblica e la previsione di budget per l’edilizia sociali in tutto il Paese;
-       un piano di emergenza per lo sviluppo delle “periferie”;
-       l’aumento della tassazione sulle grandi imprese;
-       la requisizione degli alloggi sfitti in tutto il Paese;
-       la cancellazione della Land Authority Administration.
Ma questo non è sufficiente e altre questioni non sono condivise dall’insieme del movimento, nel suo tentativo di rimanere ne di destra ne di sinistra. Ma si dovrebbe comprendere che così come la democrazia, la giustizia sociale non può essere divisa: o c’è o non c’è.

-       Le priorità dovrebbero riguardare le comunità più deprivate, in particolare la comunità palestinese e quella ultra-ortodossa: ma queste comunità non sono la principale preoccupazione, per essere buoni, dei portavoce di classe media del movimento;
 Prima o poi il movimento dovrà abbandonare la sua pretesa di “apoliticità”. Destra e sinistra sono direzioni opposte, una diretta verso maggiori povertà e discriminazioni sociali, l’altra verso una migliore distribuzione della ricchezza. Uno degli slogan più popolari dei manifestanti, “RIVOLUZIONE”, è un programma molto ambizioso. Raggiungerne anche solo una piccola parte richiede di fare delle scelte e di mettere fine all’illusione dell’unità nazionale.
-       Per finanziare le richieste dei manifestanti è necessario chiedere forti tagli al bilancio per le colonie e per la “sicurezza”.Prima o poi il movimento dovrà abbandonare la sua pretesa di “apoliticità”. Destra e sinistra sono direzioni opposte, una diretta verso maggiori povertà e discriminazioni sociali, l’altra verso una migliore distribuzione della ricchezza. Uno degli slogan più popolari dei manifestanti, “RIVOLUZIONE”, è un programma molto ambizioso. Raggiungerne anche solo una piccola parte richiede di fare delle scelte e di mettere fine all’illusione dell’unità nazionale. Nena News