martedì 31 gennaio 2012

Amira Hass :Diversamente occupati: le rompiscatole ambientaliste. Machsom Watch


   C’è una spina nel fianco dell’industria israeliana dei divieti, sotto forma di numerose donne in età da pensione, cocciute e perseveranti, in una parola, delle ‘rompiscatole’.  Sono le volontarie del Machsom Watch [Osservatorio Machsom] che, nel corso degli ultimi sette anni, hanno messo a disposizione la loro perseveranza per ricorrere contro il divieto di movimento che il servizio di sicurezza dello Shin Bet impone ai palestinesi che cercano lavoro in Israele.
L’organizzazione di volontarie femminili Machsom Watch, che ha preso l’avvio più di un decennio fa con il monitoraggio dei posti di controllo fisici e amministrativi nella West Bank, ha sviluppato diverse aree di competenza: i divieti di movimento per motivi di sicurezza, i tribunali militari, le multe della polizia, i permessi per motivi di salute, le restrizioni nella valle del Giordano e altro ancora.
Nei loro turni ai posti di controllo le donne sono giunte a conoscere i lavoratori e i commercianti palestinesi che dipendono da Israele per la loro sussistenza e che un brutto giorno scoprono che i loro permessi d’uscita sono stati revocati ed è stato imposto loro il “divieto per  motivi di sicurezza”. Dopo aver fatto la conoscenza e aver conversato con centinaia di persone, e poi con migliaia, le donne respingono l’interpretazione automatica che l’israeliano medio attribuisce all’espressione “divieto per motivi di sicurezza” : “Lo Shin Bet sa quel che fa. Se il permesso è stato revocato vuol dire che  l’individuo è pericoloso.”
Hanno cominciato ad attendere per ore insieme con i lavoratori e i commercianti che si recano far ricorso contro il “divieto per motivi di sicurezza” negli uffici dell’Agenzia di Coordinamento e Collegamento e poi ad aiutarli a completare i moduli per sottoporre le richieste di annullare il divieto.  Hanno telefonato a chiunque fosse possibile presso l’Amministrazione Civile per scoprire perché le persone debbano attendere per ore e non arrivare mai allo sportello dell’impiegato, perché non viene rilasciata una ricevuta della presentazione delle richiesta, perché non arriva mai una risposta alle richieste presentate e perché non ci sono moduli in arabo.  Hanno scritto lettere al funzionario dell’ufficio occupazione dell’Amministrazione Civile, all’Avvocato Generale dell’Esercito per la Giudea e la Samaria, al capo dello Shin Bet e al capo dell’Amministrazione Civile.
Insistere porta risultati: a oggi hanno aiutato circa 5.000 persone nella procedura di ricorso.  Il “divieto per motivi di sicurezza” è svanito per il 35% di essi già nella fase iniziale di trattamento dei casi.  Alcuni proseguono attraverso le procedure giudiziarie, nonostante gli esborsi finanziari.  L’avvocato Tamir Blank è un associato delle donne del Machsom Watch il cui lavoro volontario riduce il costo per i lavoratori palestinesi.  Il divieto per motivi di sicurezza di circa il 70% delle 283 persone che si sono rivolte ai tribunali attraverso Machsom Watch è scomparso, solitamente prima di arrivare a sentenza.
Il 9 novembre 2009 un funzionario dell’Ufficio Anagrafe dell’Avvocato Generale dell’Esercito per la Giudea e la Samaria ha scritto loro: “Recentemente il nostro ufficio ha ricevuto su base settimanale un gran numero di copie di richieste di revocare i “divieti per motivi di sicurezza” di residenti le cui richieste di ingresso in Isreale per cercare lavoro erano state negate … Il nostro ufficio  non è l’istituzione amministrativa autorizzata a trattare tali richieste …. [e] protesta contro la condotta dell’Amministrazione Civile. Chiedo che l’invio di tali copie sia interrotto. [Esse determinano] un carico al nostro telefax e sprecano anche importanti risorse ambientali.”
Le attiviste del Machsom Watch avevano il numero di telefax dell’avvocato generale perché fino al giugno 2007 era, in effetti, l’indirizzo per i ricorsi contro i divieti. In seguito la norma è cambiata e l’ufficio non è più stato l’indirizzo giusto, e di nuovo poi le regole sono state cambiate, e poi è cambiato qualcosa ancora e c’è stata un’ondata di cancellazione di permessi a veterani del lavoro. Poi, per qualche motivo, dal luglio 2009 al marzo 2010, non c’è stato nessuno a cui rivolgersi per avanzare ricorso.
Le donne hanno indirizzato un fax di risposta al funzionario: “I datori di lavoro [cui le nuove procedure richiedono di richiedere personalmente che i divieti per motivi di sicurezza ai lavoratori palestinesi siano revocati] non ricevono risposte. Gli avvocati non ricevono risposte. … L’Ufficio di Coordinamento e Collegamento non offre risposte riguardo ai motivi del sequestro di un permesso.  … [I lavoratori] cercano incontri con lo Shin Bet [con un rappresentante] che li fa attendere per ore e poi li manda via affermando: “Non siete necessari.” Quando un rappresentante dello Shin Bet acconsente a incontrare i residenti palestinesi, la dichiarazione clamorosa è: “Aiutateci e noi vi aiuteremo, e se non lo fate non riceverete mai un permesso.” E quando ricorrono contro il divieto insieme con i loro datori di lavori non c’è risposta. E’ un muro sigillato …
“Il controllo israeliano dell’area è quello di un’occupazione belligerante e perciò ha obblighi [nei confronti dei residenti] e tra le altre cose ha l’obbligo di prendersi cura del loro benessere e dei loro bisogni. Pertanto, assieme alla protesta per il danno ambientale che noi stiamo causando, ci aspetteremmo almeno un riferimento minimo al danno umano …”
Saghe kafkiane
Un secondo rapporto di questo gruppo di esperte è stato pubblicato sul sito web del Machsom Watch, che riassume la sua attività dal giugno 2007 ed è intitolato “Prigionieri invisibili – Non si sa perché e non c’è dove andare”. E’ stato scritto da Sylvia Piterman, un’eminente economista in pensione.
Ha ragione nell’iniziare il suo rapporto con una scena de “Il Castello” di Kafka. Non c’è carenza, nei nostri giornali,  di saghe kafkiane riguardanti  singoli palestinesi nei labirinti dell’occupazione.  Ma il rapporto narra una saga di migliaia di persone.  E’ per questo che lungo tutto il rapporto si può avvertire il ritornello: c’è del metodo qui, c’è uno scopo al di là della complessiva negazione di permessi e delle restrizioni agli spostamenti.
“Questo è un sistema che è stato progettato per proseguire e mantenere l’occupazione. E a tale scopo la popolazione deve essere tenuta nella paura, in una situazione d’incertezza e priva di solidarietà sociale.  Il metodo è anche elaborato per mantenere una vasta riserva di palestinesi … al fine di arruolarli [come informatori dello Shin Bet] sfruttando nel contempo cinicamente i loro bisogni più urgenti”, scriva la Piterman.
Sarebbe valsa la pena di aggiungere: il metodo è inteso a ridurre a un minimo il numero dei lavoratori palestinesi in Israele in direzione del completamento della politica di separazione demografica che il governo pratica dai primi anni ’90.
Un’altra cosa che il rapporto delinea – e anche qui sarebbero stati apprezzabili ulteriori dettagli – è la graduale inclusione dei lavoratori palestinesi in Israele nella categoria dei “lavoratori stranieri”.  Israele sta creando molte situazioni di fatto sul terreno al fine di fornire la falsa immagine che le aree A e B siano uno “stato”, piuttosto che un territorio occupato.  Ad esempio i posti di controllo sono chiamati “terminali” o “attraversamenti”. Porre i lavoratori palestinesi sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno (piuttosto che di quello dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, come accade di solito) e trattarli come se provenissero dalla Tailandia o dalla Colombia è un altro di questi fatti.
L’assistenza ai singoli (anche quando sono migliaia) non abbellisce il sistema? Questa è una domanda che emerge nel rapporto, così come in costanti conversazioni con gli attivisti. Si tratta di un dilemma con cui si confronta ogni gruppo israeliano di contrasto all’occupazione.  Nella battaglia complessiva contro i privilegi riservati agli ebrei, gli ebrei israeliani sfruttano il loro diritto superiore a cercare di aiutare le persone (solitamente delle classi che non abbondano di denari e contatti) nelle loro quotidiane trattative con l’impero delle proibizioni:  andare in Israele per cure mediche,  cancellare un ordine di demolizione, preparare un progetto di costruzione,  scavare una cisterna d’acqua,  compilare un  reclamo alla polizia contro le prevaricazioni dei coloni, recarsi a studiare, visitare una madre malata.
La presa di coscienza teorica che questo è un sistema ripugnante e il suo rifiuto complessivo non indebolisce l’attenzione e l’impegno nei confronti dei singoli.
 raduzione di Giuseppe Volpe
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
3  Hass:i checkpoint:simbolo della società israeliana

Sumaya Abdel Qader :nonostante tutto c’è un presente, da sostenere e guidare. Un futuro da sognare e realizzare.


Le rivolte arabe hanno “sospeso” nel limbo una parte importante della loro discendenza sparsa per il mondo, immobili davanti ai drammatici scenari strazianti, paralizzata davanti alle tv, web, e altri mezzi di informazione per essere aggiornati continuamente su ciò che accade. Molti hanno sospeso tutte le loro attività, lavoro, contatto con amici e società.
A loro dedico questo umile pensiero.

Nonostante tutto bisogna andare avanti. Avanti nel migliore dei modi.
Le vite spezzate in molte terre del mondo ci addolorano, ci spingono a rinchiuderci in casa, a piangerle, privi di energia e di voglia di vivere senza di loro. Il tormento delle immagini crude, delle grida umane, dei bimbi che potrebbero essere i nostri e che non possiamo abbracciare, nascondere e difendere dall’orrore che i nostri simili operano, ci imprimono un profondo senso di colpa, impotenza e sfiducia.  Prevale la pesantezza alle gambe ed il respiro che manca. Il semplice dolce preferito diventa un boccone avvelenato dal sapore della morte, che anche se non ci sfiora, in qualche modo sentiamo presente. Perché quelle terre di mondo dove le vite sono spezzate non sono poi così lontane.
Percepiamo che il cuore di molti sia morto, anche se batte ancora. E ci arrabbiamo con chi non reagisce e con chi è indifferente. Energia preziosa, però, spesa contro qualcuno anziché per qualcuno.
Un urlo si ferma in gola. Ah, quell’urlo e quel pianto che immaginiamo poter  avvolgere i malvagi e spazzarli via.
Ma se alziamo lo sguardo e scrutiamo oltre lo sconforto, possiamo  cogliere una luce. Una tiepida e confortante luce verso cui alzare il viso ed assorbirla nella sua pienezza. Dobbiamo cerca quel filo di luce per riempire di speranza, amore, forza, energia il nostro animo in un crescendo di forza ed un pensiero che ci sfiora: nonostante tutto bisogna andare avanti. Avanti nel migliore dei modi.

Perché c’è un presente, da sostenere e guidare. Un futuro da sognare e realizzare.

Sostenere il presente di chi non si piega all’inganno, alla violenza, all’ingiustizia.
Guidare l’anelito di libertà, spiccare il volo della gioia nella vita che preveda una società solidale, coesa, comprensiva e responsabile.
Questo implica uscire dalla stanza del dolore. I nostri martiri non ci vorrebbero li, anzi. Vorrebbero vedere i nostri sorrisi, il nostro bene e la nostra vita realizzata.
A loro dedichiamo le nostre vite, perché il sacrificio non sia vano. Ognuno nel suo piccolo coltivi il senso di giustizia, di amore per il prossimo, di lealtà, e responsabilità nel suo quotidiano, quest’ultimo senza marginalizzarlo.
Per questo nonostante tutto bisogna andare avanti. Avanti nel migliore dei modi.
Prepariamoci affinché i nostri percorsi si possano incrociare e che da questo incrocio nasca nuova linfa vitale.

Sumaya Abdel Qader
و الله هو المستعان

Palestina: le nuove immagini delle demolizioni di Anata


Continuano le demolizioni di case palestinesi nei dintorni di Gerusalemme ad opera dell’esercito israeliano. Questa volta a essere colpito è il sobborgo di Anata, strategico per la sua posizione geografica. Prosegue quindi la strategia israeliana del “Price Tag”: far pagare alla popolazione palestinese il prezzo della sua presenza sul territorio, che nasconde il progetto israeliano di circondare Gerusalemme con un “anello” di colonie, strade e parchi naturali, per separarla definitivamente dal resto della West Bank ed impedirne, in futuro, la divisione Est/Ovest prevista dagli accordi internazionali.  


Arrivano di notte, con i bulldozer, e poco importa che a Gerusalemme piova e faccia freddo.
E’ inverno anche in Terra Santa, ma lasciare la popolazione a dormire nelle tende dopo avergli distrutto la casa non sembra una preoccupazione dell’esercito israeliano, alla cui base sta un codice di condotta celebrato come “il più etico del mondo”.

Tra i redattori il filosofo Asa Kasher, che pone due valori fondamentali alla sua base: la priorità della vita umana e l’etica degli armamenti. 
Ad essere colpito dalle demolizioni arbitrarie che è impossibile fermare, il piccolo centro urbano di Anata, quasi un sobborgo di Gerusalemme, data la sua prossimità con la città. Qui vivono migliaia di palestinesi che resistono ammassati nelle loro case, tra vicoli e strade sul punto di esplodere. 
La notte del 23 gennaio le ruspe dell’esercito 'più etico del mondo' sono entrate in azione, demolendo 7 abitazioni e lasciando per strada, costretti a dormire in tende di fortuna, 52 persone, di cui 29 bambini.

È la strategia del “Price Tag”, far “pagare il prezzo” alla popolazione palestinese per la sua presenza sul territorio, così come a quelle organizzazioni umanitarie che scelgono di schierarsi dalla loro parte. 
Colpita dalle demolizioni anche Beit Arabiya, un simbolo vivente di resistenza all’occupazione, appartenente alla famiglia Shawamreh e demolita già quattro volte negli ultimi anni.

E' stata ricostruita anche grazie all’aiuto dell’ICAHD (Israeli committee against house demolitions), l’associazione guidata dal pacifista ebreo Jeff Halper, composta da israeliani, palestinesi ed internazionali che, con le proprie forze, ricostruiscono ogni casa palestinese che viene demolita dalle forze di occupazione.
“Queste demolizioni rappresentano il chiaro tentativo di scoraggiare la ricostruzione da parte di ICAHD delle abitazioni palestinesi”, sostiene Halper, che ha invitato il coordinatore Onu per gli affari umanitari nei Territori Palestinesi, Maxwell Gaylard, a far visita proprio al sobborgo di Anata. 
La denuncia e il racconto di quanto accaduto sono contenute nel rapporto stilato da Gaylard,  che ha chiesto l’immediata cessazione delle demolizioni: “Israele come potenza occupante ha la responsabilità di proteggere la popolazione civile palestinese sotto il suo controllo – ha affermato –, la politica di demolizione delle case causa un’enorme sofferenza alla popolazione e deve cessare”. 



Nel suo rapporto si legge che, solo nel corso del 2011, sono state distrutte oltre 600 abitazioni palestinesi, con la conseguenza che ora ci sono almeno un centinaio di persone “sfollate”, di cui almeno la metà sono bambini. 
Una pratica, quella delle demolizioni, che cela un piano ancora più sinistro: non è infatti casuale che la maggior parte delle ruspe abbiano preso di mira alcune zone intorno a Gerusalemme, strategiche per la loro collocazione geografica. 
Il sobborgo di Anata è situato nell'Area C, a nord-est di Gerusalemme. A ovest confina con il quartiere-campo profughi di Shu’fat mentre, dal lato opposto, è serrato da una base militare israeliana.
E se a sud sopravvive e resiste il villaggio palestinese di Issawiya, minacciato dalla costruzione di un’area verde israeliana, a nord Anata è stretta dalla presenza di due fra gli insediamenti più popolosi dei dintorni, Pisgat Zeev e Neve Yacov, talmente vicini da poter essere considerati ormai un’unità territoriale unica.
Una bypass road - strada riservata all’utilizzo dei soli israeliani come da apartheid che si rispetti - dovrebbe attraversare il territorio di Anata per collegare le colonie alla parte israeliana di Gerusalemme e agli altri insediamenti (tutti illegali secondo il diritto internazionale). 
Stessa sorte che sta toccando ad altri quartieri palestinesi, questa volta all’interno di Gerusalemme Est, come Silwan e Sheik Jarrah, espropriati da Israele e occupati dai coloni.
L’intento è duplice: se da una parte all’interno della città santa sono in azione i coloni che occupano case palestinesi costringendo la popolazione al trasferimento forzato  per “liberare” il territorio dalla presenza araba, nei dintorni di Gerusalemme, sul lato est che confina con i Territori Occupati della West Bank, è in atto la costruzione di un vero e proprio anello, fatto di insediamenti, aree verdi e strade riservate di collegamento.
Costruzioni israeliane e demolizioni palestinesi che proseguono a ritmo incessante per raggiungere il doppio obiettivo di separare la popolazione araba di Gerusalemme Est dai Territori Occupati e di creare una continuità territoriale tra Gerusalemme Ovest (israeliana) e le sue colonie, al fine di impedire la divisione in due della città in futuro, come previsto dagli accordi internazionali.
Agire de facto, pratica israeliana consolidata sin dal ’48, per rendere Gerusalemme “capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele”. 
Jeff Halper e la sua organizzazione, da sempre in prima linea contro la demolizione di case, fanno adesso appello alla società civile perché esprima come può la propria solidarietà.
Maggiori informazioni sul sito www.icahd.org.
Per le cartine dettagliate di Gerusalemme e delle colonie www.ochaopt.org

**Si ringrazia Lorenzo Kamel per le foto e la segnalazione

2  Da una grotta a una tenda (Paola Caridi-inviseblearabs)  


“I bulldozer e i soldati sono arrivati a notte fonda, il 23 gennaio, e 52 persone, compresi 29 bambini sono stati costretti ad abbandonare le loro case, che sono state completamente distrutte”. Il racconto è contenuto in una denuncia resa pubblica il 27 gennaio dal coordinatore dell’Onu per gli affari umanitari nei Territori Palestinesi, Maxwell Gaylard, dopo la distruzione da parte delle autorità israeliane di sette case palestinesi nel villaggio di Anata, a Gerusalemme. A una ventina di chilometri da Betlemme e dalla grotta della Natività.

Le 52 persone, compresi i 29 bambini, hanno dormito sotto le tende. Chi conosce Gerusalemme, sa bene che le temperature di questo periodo sono particolarmente rigide. Soprattutto la notte. Da giorni piove, piove a vento, fa freddo, e dormire sotto una tende, su un terreno inzuppato d’acqua, è particolarmente dura. Le considerazioni climatiche non hanno, però, fermato le ruspe. Le sette abitazioni sono state abbattute, senza se e senza ma.
“Durante il 2011 – prosegue ancora la denuncia di Gaylard e dunque dell’Onu – sono state demolite 622 abitazioni, costringendo circa 1100 persone, di cui la metà bambini, a diventare sfollati”. “Un incremento notevole rispetto agli anni precedenti”, dice l’alto funzionario delle Nazioni Unite, che ricorda a Israele che “in quanto potenza occupante ha la responsabilità fondamentale di proteggere la popolazione civile palestinese che si trova sotto il suo controllo e di assicurarle dignità e benessere”.

Le demolizioni ad Anata sono, purtroppo, ricorrenti. Beit Arabiya, una delle case distrutte, era già stata ricostruita quattro volte dall’ICAHD, la ong guidata da Jeff Halper (israeliano) che lotta da anni contro le demolizioni delle case (palestinesi). Jeff Halper, ora, chiede aiuto per ricostruire per la quinta volta quella stessa casa. (grazie, Lorenzo, per la foto e la sollecitazione a parlare di Anata), in un paese dove vivono migliaia di persone. Un paese, Anata, che è la perfetta rappresentazione di quello che sta succedendo a Gerusalemme, seguendo una strategia che già ora preclude un futuro per la città in linea con la soluzione dei due stati.
Anata è a nord est, e la cartina qui sotto descrive bene perché è importante. Confina con Shu’fat, quartiere e campo profughi, e dall’altro lato è chiusa da una base militare. Dovrebbe essere attraversata da un bypass, una strada separata, riservata agli israeliani. A nord insistono due tra gli insediamenti israeliani più numerosi, soprattutto Nevee Yacov e Pisgat Zeev. E infine a sud-ovest c’è Issawiya, altro quartiere palestinese a rischio dopo la notizia della volontà del municipio (israeliano) di voler costruire un parco che colleghi tra di loro l’anello delle colonie, e separi i quartieri palestinesi di Gerusalemme est dalla Cisgiordania (chi ne vuol sapere di più, può consultare le cartine sul sito dell’OCHA, www.ochaopt.org, oppure su quello del centro studi PASSIA, che col suo Diary pubblica ogni anno il più credibile aggiornamento sulla situazione della Gerusalemme palestinese).
Solo pochi giorni fa il cosiddetto rapporto dei consoli europei, i rappresentanti diplomatici dell’Unione Europea a Gerusalemme, aveva denunciato una situazione sempre più intollerabile, pericolosa e senza ritorno, per i 200mila palestinesi di Gerusalemme e per lo stesso futuro della città. Nemo profeta in patria. Le demolizioni, stigmatizzate nel rapporto assieme alla strategia israeliana per rendere impossibile la divisione della città, sono continuate. Anche ora che fa freddo. In un assordante silenzio, a Bruxelles così come a Washington. Anata è invisibile, come molti altri luoghi di questo mondo arabo incognito. Invisibile e – sembra – irrilevante.
La foto immortala una demolizione nel quartiere residenziale palestinese di Beit Hanina, dove vive da anni la piccola-media borghesia palestinese, a pochi metri dal Muro di separazione che s’incanala sino al checkpoint di Qalandiya.



Negoziati israelo-palestinesi: non ci sarà “nessuno Stato tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo”


Proprio a ridosso del 26 gennaio, termine fissato lo scorso settembre dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) per la fine dei colloqui preliminari tra Israele e Autorità palestinese, l’inviato del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Isaac Molho, ha illustrato al suo omologo palestinese Saeb Erekat la posizione di Israele sui confini di un futuro Stato palestinese. Secondo fonti ufficiali (riportate dal quotidiano israeliano Haaretz), Molho ha presentato solo verbalmente alcuni principi generali, senza mostrare un documento o delle percentuali di territorio da 'scambiare'.  di Enrico Bartolomei

Uno dei principi delineati dall’inviato israeliano per un compromesso territoriale sulla Cisgiordania prevede che “la maggior parte degli israeliani restino sotto la sovranità di Israele e la maggior parte dei palestinesi sotto quella palestinese”.
Per i negoziatori palestinesi, che rivendicano la creazione di uno Stato che riunisca Cisgiordana, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est (i territori occupati da Israele in seguito alla guerra del giugno 1967), i cinque incontri tenuti con in rappresentanti israeliani non hanno prodotto alcun risultato, per via della decisione di non congelare la costruzione di nuove colonie da parte di Israele.
Ma la riluttanza dei negoziatori israeliani a presentare una chiara visione dei confini ha poco a che fare con le tattiche negoziali del momento o con la situazione politica interna, dal momento che affonda le proprie radici nella storia del movimento sionista e nel carattere coloniale del suo progetto nazionale.
Il nazionalismo israeliano è intrinsecamente legato all’ideologia sionista, che vede la Palestina mandataria come lo 'spazio naturale' per l’insediamento del popolo ebraico.
In questa prospettiva, al concetto “statico” di confine è preferibile quello “mobile” di frontiera, comune anche ad altre esperienze di insediamento coloniale.
La frontiera non va intesa come limite fisico, ma come “spazio mentale”, soglia critica tra la civiltà e la terra di nessuno (“non esiste qualcosa come un popolo palestinese”, dichiarava il primo ministro israliano Golda Meir nel 1969), oggetto di perenne conquista.

LO SPAZIO IDEOLOGICO E LO SPAZIO GEOGRAFICO DI ERETZ ISRAEL
Fin dalla sua costituzione nel maggio del 1948, lo Stato di Israele non non ha mai rivendicato dei confini chiaramente demarcati.
Per questo ancora oggi è l’unico paese dell’Onu a non avere dei confini universalmente riconosciuti (sebbene ci sia un consenso a riconoscere come legittimi i confini segnati dalla cosiddetta “linea verde”, la linea armistiziale del 1949).
Tuttavia, la storia della Palestina mandataria è stata scandita dai vari tentativi – tutti esterni - di spartire il territorio per tentare di soddisfare le rivendicazioni dei contrapposti movimenti nazionali sionista e palestinese, che hanno sempre guardato al territorio in questione come ad un’unità territoriale indivisibile: la Palestina o “Eretz Israel”.
La discrepanza tra il progetto ideologico del movimento sionista di creare una Eretz Israel (la Terra di Israele, concetto di origine biblica suscettibile di varie traduzioni geografiche) e le vicende che hanno di volta in volta inquadrato storicamente lo Stato di Israele entro dei confini “fisici”, ha segnato i successivi “avanzamenti” della frontiera israeliana nel corso del Novecento.
La prima demorcazione di confini fu stabilita il 29 novembre 1947, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione no.181, che prevedeva la partizione della Palestina in uno Stato arabo e in uno Stato ebraico.
Alla popolazione ebraica, che rappresentava il 23% della popolazione e possedeva solo il 7% della terra, fu accordato il 55% della Palestina mandataria.
Naturalmente la leadership palestinese rigettò la proposta come ingiusta, illegale e contraria al diritto all’autodeterminazione del popolo arabo-palestinese su tutta la Palestina.
Il principio della liberazione completa della Palestina fu sancito negli anni Sessanta anche nella Carta nazionale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).
Dal canto suo, la leadership dell’yishuv (la comunità ebraica stabilitasi in Palestina), nonostante profonde divergenze al suo interno, decise per l’accettazione della risoluzione, vista come il riconoscimento del diritto del popolo ebraico a fondare uno Stato.
In realtà, l’obiettivo rimaneva Eretz Israel.
Lo stesso Ben Gurion affermò di essere “soddisfatto", promettendo però di abolire in futuro "la spartizione del paese" e di "espandersi in tutta la Terra di Israele”.
In seguito agli accordi di armistizio firmati nel 1949 tra Israele e Siria, Giordania ed Egitto, lo Stato ebraico si estese al di là dei confini stabiliti dal piano di spartizione Onu, per occupare il 78% della Palestina mandataria.
La Cisgiordania e Gerusalemme Est furono assegnati rispettivamente alla Giordania e la Striscia di Gaza all’Egitto. La frontiera israeliana avanzava così per la seconda volta.

CONFINI SICURI E DIFENDIBILI: IL PIANO ALLON
In seguito alla guerra del giugno 1967, Israele occupò l’intera penisola del Sinai, appartenente all’Egitto, le Alture del Golan della Siria, la Striscia di Gaza, sotto controllo egiziano, e tutta la Cisgiordania con Gerusalemme Est, che erano state annesse al Regno di Giordania.
La frontiera israeliana si espandeva per la terza volta, addirittura oltre i confini della Palestina mandataria.
Sempre nel 1967, Il Consiglio di sicurezza dell’Onu votava la risoluzione no.242, che sanciva il ritiro delle forze israeliane dai territori (“from territories”, nella traduzione inglese, lasciando nell’ambiguità di quali territori si trattasse) recentemente occupati, in cambio del riconoscimento degli Stati della regione entro confini sicuri.
La terra per Israele diventò sempre più l’arma negoziale nei confronti dei paesi arabi belligeranti. In seguito alla guerra dell’ottobre 1973 e ai nuovi rapporti di forza più favorevoli ai suoi avversari, la frontiera israliana subì un’ulteriore modifica con la restituzione del Sinai egiziano in cambio della pace.
Tuttavia, il “restringimento” a sud fu compensato dall’occupazione di una fascia di territorio nel sud del Libano, che avrebbe “allungato” temporaneamente la frontiera israeliana, fino al ritiro avvenuto nel maggio del 2000.
A questo punto Israele doveva risolvere il dilemma di come assicurarsi il controllo sul territorio e sulle risorse delle zone occupate evitando la responsabilità diretta sui milioni di palestinesi che vi vivevano.
Il Piano avanzato dal politico e generale Yigad Allon nel 1967 fu la prima di una serie di risposte a questo dilemma.
Nel Piano si proponeva la cessazione alla giurisdizione politica giordana delle aree massicciamente popolate dai palestinesi in “Giudea e Samaria” (la Cisgiordania), mentre Israele avrebbe mantenuto il controllo militare della striscia di territorio della Valle del Giordano.
Inoltre, attraverso la costruzione di nuove colonie, Gerusalemme Est sarebbe stata isolata - e quindi annessa - dal resto della Cisgiordania, e le aree popolate dai palestinesi sarebbe state ulteriormente frammentate.
“Nel determinare il nostro desiderio di una nuova mappa, considero la colonizzazione il fattore più simbolico”, dichiarava già nel 1968 l’allora ministro della Difesa Moshe Dayan.

GLI ACCORDI DI OSLO E LA GEOPOLITICA DELL’ENCLAVIZZAZIONE
Da questo momento in poi la frontiera israeliana viene progressivamente ridisegnata, più che da eventi bellici, grazie all’attività di colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza (e delle Alture del Golan siriane).
L'espansione israeliana subisce un’impennata a partire dal 1977, quando sale al potere la destra nazionalista del Likud, nel cui statuto si enunciava chiaramente che “la colonizzazione della terra è una chiara espressione dell’incontestabile diritto del popolo ebraico sulla Terra di Israele”.
Ciononostante, la colonizzazione è diventato un progetto condiviso da tutti i governi succedutisi alla guida di Israele, così come il principio che “non deve esserci nessuno Stato tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo” al di fuori di Israele.
Nel periodo degli Accordi di Oslo, sotto il governo laburista, il numero di coloni israeliani nei Territori Palestinesi Occupati è più che raddoppiato.
Il processo di Oslo ha sancito ulteriormente la frammentazione della Cisgiordania – e, di conseguenza, l’estensione della frontiera israeliana -  che venne divisa in tre aree di controllo: una Zona A, sotto controllo palestinese, una Zona B, sotto controllo militare israeliano  e amministrativo palestinese, e una Zona C, sotto controllo israeliano.
Anche in seguito alla costruzione del muro di separazione ad opera del primo ministro Ariel Sharon, Israele non ha mai annunciato quali sarebbero stati i suoi confini ufficiali.
La politica israeliana del “prendere tempo” in infiniti round negoziali per costruire il più possibile “fatti sul terreno”, prima di eventuali negoziati sullo status definitivo, riflette l’obiettivo storico del movimento sionista di insediarsi su tutta l’area della Palestina mandataria, seguendo il principio del “massimo della terra col minor numero di arabi”.
A questo fine la “geopolitica dell’enclavizzazione” nei Territori Palestinesi Occupati, che mira allo smembramento delle aree popolate dai palestinesi, è finalizzata al controllo strategico sul territorio, con l'obiettivo di isolare le aree palestinesi e favorire l’insediamento coloniale israeliano.
La politica dei “fatti sul terreno” ha dato i sui frutti quando, nell’aprile del 2004, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, ha indirizzato al premier israeliano Ariel Sharon una lettera in base alla quale, nei futuri negoziati con i palestinesi, si doveva tenere conto delle “nuove realtà sul terreno”.
Lo scambio di lettere tra i due leader lasciava intendere che in un futuro accordo i blocchi più grossi di colonie sarebbero diventati parte di Israele, allontanandosi dalla legge e dal consenso internazionale in materia.
E infatti “i fatti sul terreno” sono stati già unilateralmente inglobati nel lato israeliano del muro di separazione (oltre il 10% della Cisgiordania), il cui tracciato è anch’esso in costante rimodulazione.

NON PUÒ ESSERCI NESSUN CONFINE
Nel caso in cui si dovesse raggiungere un accordo sui confini di un futuro “Stato palestinese”, questi consisterebbero in una moltitudine di frontiere interne e linee di separazione che delimiterebbero le aree palestinese in veri e propri bantustan circondati da colonie israeliane.
La “generosa offerta” fatta da Barak durante il vertice di Camp David del luglio 2000, che Arafat non ebbe il coraggio di accettare, attirandosi la condanna israeliana e statunitense, consisteva nel confinare la “sovranità palestinese” in quattro grandi enclaves (le città settentrionali di Jenin, Tulkarm, Qalqilya e Nablus; l’area centrale di Ramallah collegata alle aree periferiche di Gerusalemme e all’area di Gerico; la regione meridionale attorno a Betlemme ed a Hebron; la Striscia di Gaza).
Un’arcipelago situato all’interno di uno spazio a totale controllo israeliano.
Per tornare all’attualità, non deve stupire quindi che le linee generali sui confini avanzate ad Amman dall’inviato israeliano Isaac Molcho, come riportato da fonti palestinesi, “non includono Gerusalemme e la Valle del Giordano, e includono quasi tutti gli insediamenti” israeliani.
I negoziatori israeliani infatti, specialmente per quanto riguarda la “frontiera ad est”, non potranno che proporre un accomodamento temporaneo col “massimo della terra e il minimo di arabi”, e confidare in un futuro nel quale lo spazio ideologico dell’Eretz Israel coincida finalmente con lo spazio geografico così come storicamente determinato.
Solo in questo caso, probabilmente, i futuri leader israeliani potranno parlare di “confini”.

31 gennaio 2012
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